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Mariah Carey live a Milano: virtuosa…per pochi

Mariah Carey on stage

Mariah Carey ha finalmente cantato a Milano. On-stage al Filaforum di Assago in occasione dell’unica data del suo Charmbracelet Tour nel nostro Paese, la ‘farfalla del soul’ ha confermato ancora una volta le sue grandi doti vocali. I postumi del flop di Glitter si sono fatti sentire ma le gradinate semivuote e l’evidente fragilità emotiva di Mariah sulle prime note non hanno compromesso l’intera esibizione. Una performance imponente grazie alla quale l’ex signora Mottola ha ripercorso – quasi a ritroso (!) - tutto il suo repertorio ricordandoci perché ci eravamo innamorati di lei. Ha interpretato alcune delle sue ballate più intense – la recente e autobiografica Through The Rain, My All, Can’t Take That Away, Hero, il primo singolo Vision Of Love, ecc… -, ammiccato intonando i bollenti ‘thang’ che le restituirono il cliché di pin-up hiphop - Honey, Fantasy, Heartbreaker -, stupito con i suoi leggendari ‘armonici’, ricordato i bei tempi andati ed esorcizzato l’anno più buio della sua carriera, il 2001, dribblando la sfortunata tracklist di Glitter. Affiatati la band e i vocalist, tutti fuoriclasse, incluso il fedele Trey Lorenz, che proprio come nell’indimenticabile Unplugged registrato da Mtv nel 1992, ha duettato con Mariah sulle note di I’ll Be There, una ballata saccheggiata ai primi Jackson 5. Altra storia è lo spettacolo, scialbo e, passi la paura, inutile. Ballerini travestiti da clown, marionette, un improbabile clone di Michael Jackson alle prese con passi e mossette davvero banali, troppi videoclip, troppi featuring rap virtuali – incluso quello dell’ormai dimenticato Mase - una manciata di trovate tutt’altro che spettacolari e, apice del cattivo gusto, un siparietto in cui Ms.Carey si adagia su un gigantesco piedistallo uguale a quelli usati nei circhi per ammaestrare gli elefanti. Scenografie e coreografie senza senso che stridono con lo status di una cantante con un passato così glorioso. A volte basta un palcoscenico, un microfono e un ‘occhio di bue’.

 

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