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Una notte fitta di misteri

Il corpo di Kurt Cobain fu ritrovato nella serra dietro la sua casa sul Lago Washington.

Una serra è un luogo strano, fortemente simbolico. È un posto dove, di solito, si produce “vita” (quella delle piante); è un posto che sembrerebbe alludere al desiderio di estraniarsi dal mondo animale, di trovare ristoro nel silenzio e nella quiete del mondo vegetale; ma è anche un posto che un buon giallista potrebbe utilizzare come scenario per un omicidio.

Cobain, a quanto pare, decise di auto-infliggersi la morte proprio lì. E non sapremo mai se, prima di tirare il grilletto del fucile, abbia pensato di sfuggita a cose del genere. In fondo, perché non potremmo immaginare di sì?

Kurt Donald Cobain era un uomo sensibile, afflitto dalla sindrome bipolare e da incessanti dolori allo stomaco: avrebbe potuto pensare, rimuginare anche molto altro. L’ultima testimonianza scritta di suo pugno a noi pervenuta, la cosiddetta lettera di addio nella quale parla di sé, della propria frustrazione nel non provare più gioia nella musica, dove dichiara la necessità di non imbrogliare i propri fan, ostentando un atteggiamento ormai lontano dalla sua mente, ci rimanda a un’immagine del cantante pacata, autocritica, per nulla isterica. È una prosa piatta, un po’ impersonale… Non si direbbe neppure lo scritto di qualcuno che abbia intenzione di togliersi la vita.

“Sono uno che ama troppo… provo troppa empatia verso gli altri e il loro dolore” scrive. E ricordando il suo aspetto, ascoltando queste parole, verrebbe quasi da intenderlo come una specie di “figura christi” pronta a farsi carico dei peccati altrui.

Ma anche senza indulgere a similitudini così estreme (e tutto sommato lontane dal suo modo di intendere la vita) noi non vorremmo mai pensare che sia stato il nostro amore nei suoi confronti a schiacciarlo, a condurlo sulla Via Del Non Ritorno.

Kurt Cobain: cantore della generazione X
Kurt Cobain e il suo gruppo, i Nirvana, fecero irruzione nel mondo della musica, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e si imposero all’attenzione del grande pubblico in soli due anni, portando una ventata di novità sulla scena rock di allora.

Pochi artisti hanno saputo dar voce, come lui, all’anima di un’intera generazione. La sensibilità generale stava cambiando rapidamente; gli “Anni di Plastica” cedevano, sgretolandosi, all’urgenza di un decennio dominato interamente dal trash, dall’incertezza, dall’appannarsi lento ma definitivo del boom economico, dalla rapida decadenza di tante consolazioni morali e materiali degli anni precedenti. Fu un decennio, per certi versi, brutale: la fine di un sogno a occhi aperti, siglato, al suo nascere, dalla spettacolarizzazione della Guerra del Golfo, e conclusa dagli strascichi terribili della Guerra dei Balcani.

È, dunque, in un clima come questo che la musica di Kurt Cobain e dei Nirvana spunta come un fiore tossico, con le sue dissonanze, i suoi testi scomodi, la sua “nudità integrale”, fatta di chitarre rudi e graffianti, e di nessuna concessione alle edulcorazioni pop o elettroniche.

Un vero pugno nello stomaco musicale; ma un pugno che ha saputo arrivare al cuore dei ragazzi di allora, a quella parte di loro che sembrava non poter più esistere: la loro anima. Non per consolarli; bensì per donare loro la consolazione di una verità e di un’onestà brutali, ineludibili.

Nessuno avrebbe immaginato che un artista capace di lasciare il segno (o dovremmo dire “la ferita”?) in questo modo, potesse spegnersi tanto inaspettatamente.

Kurt Cobain: membro titolato del Club 27
Per una coincidenza fatale, Kurt Cobain morì il 5 aprile del 1994, a ventisette anni, seguendo il destino di tante leggende del rock.

Proprio come accadde a Jimi Hendrix, a Jim Morrison, a Brian Jons, o Janis Joplin.

Forse l’antico detto greco è vero: coloro che sono amati dagli dèi muoiono giovani…

Una leggenda, certo, una superstizione. Ma (proprio per questo) dura a zittirsi.

Del resto è prevedibile che un rocker, un uomo “sacro”, capace di calamitare l’amore e l’odio delle folle, sia circondato da miti, da enigmi, e viva immerso nel mistero.

La morte di una stella del rock’n’roll non può mai essere ricondotta al caso, a un incidente, all’umana fragilità. Le coscienze, per un intimo e, per certi versi, inesplicabile bisogno, tendono a scartare la banalità di un attacco cardiaco, o la tragedia di un suicidio. Così ciò che è ovvio e naturale, appare a molti impossibile, e l’irrazionale e la leggenda diventano la “verità”.

Non esiste uomo, per quanto quadrato, per quanto ragionevole, che non preferisca l’idea romanzesca (o semi-religiosa, se vogliamo) che la fine di un divo debba essere ricondotta alla mano invisibile e inquietante di un agente del Male senza volto, senza corpo, piuttosto che all’azione di una droga o a una comune malattia.

Pur di credere, pur di fare in modo che la catarsi inconfessabile, generata da quella morte illustre continui a regalare il suo benefico effetto, ci si appella ai minimi dettagli, alle piccole discrepanze, alle contraddizioni investigative (non importa se dovute a errori o a superficialità). Si discute. Si cerca la strega cattiva da additare al pubblico odio.

È in questo modo che funzionano le cose, anche nella nostra cultura iper-tecnologica.

Kurt Cobain: una morte fitta di misteri
Kurt Cobain non fa eccezione. Nessuno sembra disposto a credere che il cantante si sia suicidato. L’investigatore Tom Grant (“complice”, presumiamo in buona fede, della macchina che fabbrica le leggende), offre indizi e contraddizioni alla naturale fame dei fan o dei semplici curiosi.

Innanzitutto sembrerebbe che Kurt avesse nel sangue una dose di eroina tre volte superiore al normale: come aveva fatto, stordito oltre i limiti dalla droga, a usare il fucile contro se stesso?

Kurt non avrebbe, inoltre, lasciato alcuna impronta digitale sul fucile usato per “spararsi” né sulla penna usata per scrivere la lettera d’addio.

Per quanto riguarda quest’ultima, essa ha più il tono di un addio al mondo della musica, non una vera e propria dichiarazione di volersi suicidare.

Cobain, a quanto sembra, sembrava in fuga dalla moglie. I litigi, fra loro, nell’ultimo periodo si erano intensificati, molto probabilmente a causa dell’uso smodato di eroina da parte del cantante. Al punto che quest’ultimo avrebbe contattato il suo avvocato per preparare i documenti per il divorzio da Courtney e la cancellazione dal testamento, e quindi l'annullamento del vantaggioso contratto pre-matrimoniale.

La scena che si presentò agli occhi della polizia al momento del ritrovamento non dava adito ad alcun sospetto di suicidio (teoria che avanzò per prima Courtney Love).

La stampa dichiarò che, prima di spararsi, Cobain si fosse barricato in casa, mentre sembrerebbe che la porta fosse aperta.

Tutti questi misteri hanno alimentato il sospetto che proprio Courtney Love fosse la mandante dell'assassinio di Kurt, ma ovviamente non furono mai trovate prove sufficienti ad avvalorare questa tesi; quindi non fu mai aperta un’indagine. E tutto restò una specie di pettegolezzo cattivo, sul quale sarebbe saggio stendere un velo pietoso.

Comunque la si voglia pensare (il caso e la fragilità umana; oppure la mano assassina degli dèi), a noi resta una nuova leggenda su cui riflettere, e sulla quale riscaldare un cuore immalinconito dal senso di perdita.

Buona notte, Kurt, ovunque tu sia. Con o senza la tua chitarra.

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