Viaggiare verso la vita… E trovare il buio

Viaggiare verso la vita… E trovare il buio

Viaggiare verso la vita… e trovare il buio
Si chiamavano Francesca Bonello, Elisa Valent, Valentina Gallo, Elena Maestrini, Lucrezia Borghi, Serena Saracino ed Elisa Scarascia Mugnozza.
Vogliamo ricordarle, prima di tutto, così: con nome e cognome; non con l’appellativo vago e spersonalizzante di “ragazze”.
Partecipavano al progetto Erasmus, come tanti altri giovani studenti universitari. Questo dovrebbe già dirci qualcosa sul loro conto, sulla loro personalità: erano persone curiose, desiderose di capire meglio il mondo, ansiose (probabilmente) di trasformarsi in persone complete e autonome, protagoniste del loro tempo e padrone della propria vita.

È questo (al di là del formale impegno a fornire competenze di studio e formazione per un futuro impiego) che fa Erasmus: offre a delle giovani menti l’opportunità di “sporcarsi” con l’argilla della vita, di uscire dagli schemi precostituiti della comunità in cui si è cresciuti e vissuti, per incontrare gli schemi degli altri.
Solo così puoi diventare davvero adulto: confrontandoti con le “stranezze” altrui, le altrui peculiarità, le altrui differenze; cercando di capire cosa e quanto, tu e l’altro, abbiate in comune; in cosa e come siate diversi; trovando una via di compromesso, che ti permetta di stabilire una relazione possibile con chi ti sta di fronte, nonostante i paletti, i muri, il filo spinato mentale che sembrerebbero dividervi senza rimedio.

La vita officia un sacrificio inutile
Si chiamavano Francesca Bonello, Elisa Valent, Valentina Gallo, Elena Maestrini, Lucrezia Borghi, Serena Saracino ed Elisa Scarascia Mugnozza.
Avevano partecipato a una festa spettacolare, appena poche ore prima di salire sull’autobus che le avrebbe condotte verso la tragedia.
Esiste una stretta familiarità tra le feste, in generale, e gli aspetti più terribili della vita (la violenza e la morte). Ogni festa è, a guardarla bene, un rito. Ogni rito prevede un sacrificio. È sempre stato così, fin dalla note dei tempi.
Forse è per questo che il terribile episodio ci colpisce così tanto, ci angoscia e ci stringe intorno alle sette vittime. Forse, senza saperlo, senza volerlo, stiamo vivendo, in questi giorni, sentimenti primordiali.

Purtroppo, però, lo spietato sacerdote, che ha officiato il sacrificio inutile, è la vita stessa. E questo ci angoscia più che mai, perché ricorda a tutti noi che siamo padroni delle nostre esistenze, ma sempre e solo a metà.
Di fronte alla morte dei giovani, gli esseri umani si aggrapperebbero a qualunque spiegazione, a qualunque assurdità, pur di trovare un senso a una perdita così intensamente “biologica” (i figli, il futuro, le speranze, il fulcro di ogni affettività) e, allo stesso tempo, “morale” (il senso di giustizia tradito, il bisogno di sentire che le cose vanno secondo certi criteri e non secondo gli arbitrii del Caso).

L’ultima concessione alla fanciullezza
Si chiamavano Francesca Bonello, Elisa Valent, Valentina Gallo, Elena Maestrini, Lucrezia Borghi, Serena Saracino ed Elisa Scarascia Mugnozza.
Lasciatemelo ripetere per la terza volta, perché più ci penso e meno ho voglia di identificare queste sette giovani vite perdute, con le salme che giacciono, ora, in bell’ordine, nell’obitorio di Tortosa, a venti chilometri dal luogo dell’incidente.

Una salma non è capace di raccontarci chi fosse, in vita, l’essere umano che la rendeva viva. E io, ancora, mi rifiuto di pensare alle sette giovani donne, come a dei corpi immobili, stesi su un tavolo di acciaio, come oggetti.
Avevano assistito al celebre festival di fuochi d'artificio di Las Fallas.
I fuochi d’artificio…
L’ultima concessione alla meraviglia della fanciullezza, mentre si preparavano ad attraversare la soglia della maturità…

I fatti nudi e crudi
La gita era stata organizzata dall'European Students Network. Il pullman viaggiava insieme ad altri quattro veicoli. L'incidente è avvenuto verso le 6 del mattino, al chilometro 333, in un tratto di strada che la stampa catalana ha definito “maledetto” (per la frequenza degli incidenti che vi avvengono).
L'ipotesi più accreditata è che l’autista sessantaquattrenne si sia addormentato al volante.
Il pesante automezzo avrebbe sbandato verso destra svegliandolo. Lui avrebbe dato una forte sterzata a sinistra, facendo piombare il bus sulla carreggiata opposta dell'autostrada.

L’autobus, nelle foto riportate dai media, perde quasi le sue connotazioni meccaniche, e si presenta alla fantasia come un’enorme bestia morente, sconquassato, deformato, fracassato. Per la prima volta, ai nostri occhi, esso appare non come una cosa, un oggetto, ma una salma tra le altre.
Secondo “La Razon”, il conducente avrebbe detto, sconvolto, ai primi soccorritori: "Lo siento, me he dormido" ("Mi spiace, mi sono addormentato").

La giustizia umana e l’ingiustizia del mondo
Una responsabilità pesante, molto pesante. L’autista (causa accidentale dell’incidente) è stato ricoverato in stato di shock.
Eppure ci sembra quasi impossibile puntare il dito verso di lui. Nel farlo qualcosa ci morde, nella coscienza. È vero: avrebbe dovuto riposare di più. È vero: avrebbe dovuto evitare di partire nel cuore della notte. È vero: avrebbe dovuto essere più giovane…

Ma, d’altro canto, possiamo immaginare facilmente che anche l’autista sia stato una vittima del caso, che anche lui dovesse rispettare una tabella di marcia, che non potesse preventivare né controllare un “colpo di sonno”.
Se fossimo stati al suo posto, avremmo potuto essere sfortunati quanto lui; avremmo potuto ritrovarci anche noi vittime… ma vittime scampate e, per questo, ancor più colpevoli.
E dovremmo portare il peso di tredici morti innocenti, per il resto della nostra vita.

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