La Omicidi indaga sulla scomparsa di Jackson

La leggendaria copertina  di "Thriller"
L’improvvisa scomparsa di Michael Jackson ha gettato familiari e amici della superstar americana, così come milioni di fan in tutto il mondo, nello sgomento. Il re se ne è andato. E la polizia californiana torna a occuparsi di lui, ma stavolta è la Prima Sezione Speciale Omicidi a scendere in campo per stabilire la causa della sua morte, tutt’ora avvolta dal mistero. Non è stato arresto cardiaco, questo il risultato della prima autopsia, ma forse un cocktail letale di farmaci ai quali sembra che il cantante fosse assuefatto da anni. Potenti derivati della morfina per domare le insopportabili fitte alla schiena che ciclicamente lo costringevano a ricorrere alla sedia a rotelle, ma anche sonniferi, antidepressivi, calmanti.

E se nemmeno la seconda autopsia, chiesta dai legali della famiglia, sembra aver dato esiti definitivi, il medico personale di Jackson, Conrad Murray, ha negato fermamente alle autorità di aver iniettato del Demerol (Un potente antidolorifico che se assunto in dose eccessiva può causare la morte) nel suo paziente pochi minuti prima che perdesse coscienza. Si apre così un nuovo scenario: “Non c’era Demerol”, ha dichiarato Murray durante l’interrogatorio. Murray nega che Jackson sia caduto a terra improvvisamente, e afferma di essere entrato nella sua stanza per puro caso e di aver accertato personalmente che non stava respirando. Ciò confermerebbe la disposizione telefonica dei paramedici del pronto soccorso, in attesa dell’arrivo dell’ambulanza, di non praticare il massaggio cardiaco sul letto, ma a terra.

Sconcertanti anche le dichiarazioni dell’ex tata di casa Jackson, Grace Rwaramba, che da Londra afferma di aver dovuto praticare al suo datore di lavoro diverse “lavande gastriche per rimuovere le pericolose miscele di medicinali che aveva assunto” e di essere stata licenziata dopo 17 anni di servizio dopo aver chiesto l’aiuto della madre del cantante e della sorella Janet. In questo walzer macabro di verità, mezze verità, insinuazioni e menzogne, sbuca persino la dichiarazione del ragazzo, Evan Chandler, che all’inizio degli anni 90, accusò per primo Michael Jackson di molestie sessuali guadagnando un accordo stragiudiziale da 22 milioni di dollari: “Non ho mai voluto mentire e distruggere Michael Jackson”, ha detto, “ma mio padre mi fece dire solo bugie. Ora non posso dire a Michael quanto mi dispiace e chiedere il suo perdono”. Troppo tardi, insomma, ma non, direbbero i più maliziosi, per vendere ai tabloid - a caro prezzo - le sue lacrime di coccodrillo.

Poi, c’è la questione eredità, anzi, doppia eredità: una montagna di debiti, tra i 400 e 500 milioni di dollari, ma anche - basta pensare al famigerato catalogo Atv/Sony e ai diritti su testi e musiche che hanno fatto di Jackson un mito – una montagna di soldi. Ironia della sorte, l’indomani della morte, la raccolta Number One è schizzata al primo posto in classifica britannica, trascinando nella top ten gli altri album del cantante. Solo il tempo dirà se il mito di Michael Jackson oscurerà quello di altri pionieri che hanno subito una sorte analoga alla sua. L’aria che si respira oggi, tuttavia, non è diversa da quella, satura di amarezza e smarrimento, che il mondo respirò quando mancarono altri personaggi illustri del nostro tempo, da Marylin Monroe a John Lennon, Bob Marley ed Elvis.

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