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E' morto Gian Maria Testa

Gian Maria Testa ci lascia, all’età di 58 anni, dopo una lunga malattia.

Gian Maria Testa: l’ultimo volo

Gian Maria Testa se ne va “senza far rumore”, dice un breve post, sul suo profilo facebook. “Restano le sue parole e le sue canzoni”.

Alla mente tornano immediatamente i versi di “Le traiettorie delle mongolfiere”, uno dei suoi primi successi (e il titolo del suo primo album): “Lasciano tracce impercettibili, le traiettorie delle mongolfiere”.

Oppure ciò che disse, parlando della propria arte, in un’intervista a Il Secolo XIX, nel 1993: “La ricerca musicale che ho portato avanti in questi anni ha coinciso con il togliere. Sono sempre stato colpito dall’espressività delle sculture di Giacometti o dai versi di Ungaretti. Amo scarnificare il mio linguaggio: in un’epoca di ridondanza so muovermi in controtendenza”.

Ecco, senza voler semplificare un cantautore che semplice non è stato, ci sembra che la cifra stilistica nella quale egli si riconoscesse e nella quale noi possiamo riconoscerlo sia proprio questa: la leggerezza nascosta nel peso apparente delle parole.

Come se le parole del post nel quale ci viene annunciato che l’artista è partito per il volo finale chiudessero, in qualche modo, il cerchio della sua vita artistica, con una delle strane simmetrie che, a volte, il caso ci offre. Un fatto piccolo, anzi minimo, eppure di una bellezza struggente. Proprio come sarebbe stato nello stile di Testa.

Gian Maria Testa iniziò a cantare negli anni Ottanta, ma il successo cominciò a bussare alla sua porta solo nel 1994, anno in cui vinse il Festival di Recanati.

Nel 1995 pubblicò, in Francia, l’album “Mongolfières”, per l’etichetta Label Bleu. Da quel momento in poi la sua notorietà crebbe, fino a portarlo a eseguire un concerto al teatro Olympia di Parigi, nel 1997.

Solo a quel punto anche l’Italia si accorse di questo cantautore cuneese, e per la stampa nostrana divenne “il cantautore-capostazione che piace ai francesi”…

Gian Maria Testa occupò a lungo il ruolo di capostazione. Un lavoro serio, pieno di responsabilità. Ma, a pensarci bene, anche un mestiere “romantico”, che ti mette in contatto, tutti i giorni con centinaia, migliaia di persone, di mondi; che predispone alla malinconia delle lunghe attese, o a quella del viaggiare. La malinconia è un sentimento fecondo per chi ha l’animo del poeta, perché dona la capacità di sondare gli abissi e tutti i loro orrori ma, allo stesso tempo, mette nella condizione di percepire il mondo come se fosse laccato da una patina di bellezza quasi insopportabile.

Testa non amava quella definizione: “il cantautore-capostazione che piace ai francesi”.

È facile anche immaginare perché. Non si trattava solo di una definizione riduttiva, di una maniera (forse involontariamente) un po’ meschina di denigrarlo, ma di un modo per ricordargli quanto poco spazio, il nostro paese (soprattutto all’inizio) aveva saputo offrire al suo talento. Sono ferite difficili da sanare del tutto.

Ma, almeno, il ghiaccio dell’indifferenza fu rotto; la critica e il pubblico iniziarono a seguirlo con più attenzione.

Ottenne finalmente un po’ di meritata visibilità anche in. Nel 1999 pubblicò “Lampo”, primo di una serie di dischi che culmineranno in “Da questa parte del mare”, album dedicato all'immigrazione, la cui direzione artistica è di Greg Cohen (già collaboratore di Tom Waits e di Francesco DeGregori). 

Da quest’album nasce, tra l’altro, anche “Da questa parte del mare”, il libro che Einaudi pubblicherà il prossimo 19 aprile.

Negli ultimi anni, all'attività di cantautore, Testa aveva affiancato un'attività teatrale e letteraria, collaborando tra gli altri con Erri De Luca e Giuseppe Battiston. Il suo ultimo album di studio fu “Vitamia” del 2011, a cui aveva fatto seguito il doppio CD live “Men at work” del 2013.

Gian Maria Testa era un cantautore per palati raffinati. Alcuni lo hanno paragonato a Paolo Conte. Ascoltando la sua voce, attraverso la radio, di primo acchito avremmo potuto cadere nell’errore di scambiarla per quella di Ivano Fossati. Certo, esiste una vaga somiglianza timbrica… molto vaga, per la verità. Certo, Testa condivideva con entrambi il gusto per i testi densi, ricchi di senso; non rifiutava di confrontarsi con temi di attualità e sociali importanti o anche scomodi (ma senza scivolare nella retorica). Condivideva con entrambi il piacere di non fermarsi alla friabilità della superficie, e quello di scivolare volentieri nella poesia o nella drammatizzazione. Tuttavia la sua voce roca, che “parlava” le melodie, anziché cantarle, ad ascoltarla bene, conteneva già tutto un mondo originale e ben definito, a suo modo inimitabile.

"Vi prego, non urlate… non riesco a suonare così. Io non sono un urlatore"

disse una volta, a un suo concerto gremito di gente.

Le sue sonorità, infatti, erano lievi, dolci e di una delicatezza malinconica. Il suono della sua chitarra appariva ricco di atmosfere intime e romantiche.

La lontananza e la solitudine, l'amore perso ritrovato o più spesso cercato a lungo, erano i temi più amati di questo cantautore che si muoveva tra folk, jazz e canzone autoriale.

Non era un uomo che amava apparire. Di carattere riservato, e non privo di senso dell’umorismo, Gianmaria Testa sembrava interessato solo a stanare le infinite sfumature e i significati di un mondo interiore complesso, stratificato, e lucido; a trovare le parole adatte per immortalare le tracce impercettibili di quelle traiettorie lasciate dal volo delle mongolfiere, che sono poi le vere cose preziose della vita, le più intime, le più indicibili e le meno evidenti all’occhio svagato del mondo.

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