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Il "lavoro condiviso" chiamato più comunemente Job Sharing

La via migliore per gestire differenti competenze tra giovani e meno giovani

Il "lavoro condiviso" chiamato più comunemente Job Sharing

Sviluppatosi nell’America di fine anni ’60, in Europa il job sharing sta prendendo piede soprattutto in Svizzera, nel tentativo di soddisfare le esigenze del personale e quelle dell’economia. È stato stimato, infatti, che tra il 19 e il 27% delle imprese elvetiche offrano attualmente posti di lavoro ripartiti. Se le donne sembrano attratte da questo modello, tra gli uomini serpeggia ancora una certa riluttanza 

Secondo molti imprenditori elvetici, il lavoro flessibile tende a soddisfare le esigenze dei dipendenti, a prescindere dall’età e dal sesso. Contribuisce a integrare i dipendenti e a mantenerli nel tempo in azienda, diventando un fattore chiave della continuità.

Oltre a una maggiore flessibilità, il job sharing permette di mettere assieme competenze diverse, soprattutto tra giovani e meno giovani, e di meglio gestire le assenze dovute a malattie e vacanze.

“Spesso questa ripartizione del lavoro permette di favorire l’innovazione, aumenta le prestazioni e permette di scovare i migliori talenti”, afferma Elena Soldini, responsabile delle risorse umane alla Swisscom, la più grande azienda svizzera di telecomunicazioni.

Tra i motivi per cui i dipendenti tendono a preferire questo tipo di contratto gli uomini menzionano il desiderio di trascorrere più tempo con la famiglia. Oggi, però, solo il 2% dei contratti di job sharing riguardano gli uomini, mentre circa il 90% è riservato unicamente alle donne.

Perché funzioni, però, la chiave è conoscere davvero il proprio partner di lavoro, e riuscire a coordinarsi in modo efficiente: a volte non si ha il tempo di parlare col proprio collega e si rischia di perdere la traccia del lavoro svolto.

Vi sono anche pareri negativi riguardo a questa tipologia di contratto. In particolare, secondo un sondaggio del 2014 condotto dalla società Robert Half tra 1.200 manager, quasi un terzo degli intervistati si è dichiarato convinto che “condividere le responsabilità in un impiego potrebbe complicare le relazioni all’interno del team e comprometterne il buon funzionamento”.

E in effetti soprattutto gli uomini sono più reticenti perché convinti che responsabilità e potere non possano essere condivisi.

Reclutare e seguire due persone implica qualche costo iniziale aggiuntivo per il datore di lavoro, e anche per il personale potrebbe essere destabilizzante doversi confrontare con due capi al posto di uno.

Infine c’è sempre il rischio che due impieghi al 50% si traducano in realtà in un carico di lavoro supplementare, magari non retribuito.

Insomma, anche in questo caso c’è ancora da capire quali possano essere i reali effetti della sharing economy, che un certo fascino, almeno negli ideali, lo esercita e non solo sull’ultima generazione pronta a esplorare il mercato del lavoro.

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