tutto esaurito

"Parigi ti vorrei dire che…"

Sono passati ormai 7 giorni dai tragici eventi di Parigi e condividiamo il pensiero di Carlotta Quadri in questo emozionante articolo

"Parigi ti vorrei dire che…"

"Ho pensato tanto in questi giorni. Ho letto minuziosamente ogni notizia che riguardasse gli attentati di venerdì scorso come se leggere, approfondire, mi avrebbe potuta portare da qualche parte.
Come se analizzare, potesse in qualche modo darmi una spiegazione a tutto questo orrore.
Ho vissuto in bilico questa settimana. Come se fossi stata avvolta da una coltre nebbiosa. Districandomi tra il lavoro, la famiglia, la telefonata all’amico, i blitz della polizia e il pensiero invadente e costante di ognuna delle persone coinvolte in questa immane tragedia. Cercando di rielaborare lo shock.
Ovattata.
Brusii indistinti, confusi e intrecciati: le news, la quotidianità.
Sospesa tra la vita che continua e il pensiero rivolto alle vittime.
«E AI SOPRAVVISSUTI.»
Ho pensato alla donna incinta, appesa fuori dalla finestra del Bataclan e al ragazzo che l’ha issata, suo eroe. Al fatto che vogliano restare anonimi, nella loro sofferente fratellanza.
A Ludovic Boumbas, che ha fatto scudo con il suo corpo all’amica Chloe.
Ad Antoine Leiris, il padre di famiglia che ha perso la moglie la notte degli attentati ma che ha scritto sulla sua pagina facebook che i teroristi non avranno né il suo odio, né quello di suo figlio Melvil di diciassette mesi e che anzi, come affronto, crescerà libero e felice.
Ai genitori, al fratello Dario e ad Andrea, il fidanzato di Valeria Solesin; all’attesa; alla solitudine del dolore; alla dignità mentre centinaia di sconosciuti pronunciavano il nome della loro Valeria. Alla sua foto, sparata a ciclo continuo in tutti i notiziari.
A chi per primo si è reso conto che quelli non erano petardi. Ai ragazzi disabili. A chi è morto senza nemmeno avere il diritto di rendersene conto per sussurrare l’ultimo ti amo.
A chi è rimasto zitto e immobile per fare finta di non avere più respiro.
A chi ha dovuto tacere minuti interminabili di fianco a qualcuno che amava, esanime. A chi abbia avuto addosso il peso di uno sconosciuto che, inconsapevole, gli ha salvato la vita.
A chi ha provato quel terrore che fa percepire i battiti del cuore nelle orecchie, assordandoti.
A chi ha ricacciato il tremore del corpo che sarebbe potuto essergli fatale, tradendolo.
A chi, nascosto in un angolo buio per non farsi vedere, abbia pensato terrorizzato di respirare troppo rumorosamente.
Ai feriti che strisciavano via dall’orrore, a quelli che hanno trascinato il corpo di un loro caro con la sola forza della speranza.
Ai parigini che hanno immediatamente aperto le loro case facendo entrare le vittime di una violenza incancellabile.
A quelli che nonostante i soccorsi non ce l’hanno fatta.
A chi si sia sentito inutile.
Ai corpi di polizia che per primi sono arrivati al Bataclan, al Cafè Bonne Bier, a La Petite Cambodge, nella pizzeria La casa nostra, a Le Carillon, a La Belle Equipe, costretti a vedere fino a che punto possa spingersi l’odio.
A tutti gli Islamici che si sono immediatamente mobilitati su twitter con l’hashtag #notinmyname (non nel mio nome), alle donne musulmane insultate con gli sputi da gruppi di vigliacchi ignoranti.
Ai genitori che dovranno dare spiegazioni ai bambini.
A chi, appena sentita la notizia, ha avuto un tuffo al cuore, scoprendo solamente dopo ore che il macabro presentimento era reale.
Ai genitori, fratelli, amici che non sapevano che il loro caro fosse in quella strada, in quel bar, in quel ristorante o che si fosse recato a quel concerto maledetto.
A quelli che dovevano esserci e non sono andati. A quelli che, stanchi e stremati dalla giornata lavorativa, avevano confessato ad un amico che non avevano nessuna voglia di andare ma avevano promesso di farlo. Come Pierro Innocenti, il ristoratore di origini italiane che ha perso la vita con il suo socio Stephane Albertini, al Bataclan.
Ai medici e ai volontari che si sono precipitati negli ospedali senza badare ai turni. Alle code fuori dai pronto soccorso per donare il sangue.
A chiunque non sia riuscito a prendere sonno. Ai genitori che nel cuore della notte si siano svegliati per rassicurare i propri figli in preda agli incubi.
Alle preghiere.
A chi abbia osservato quel comune minuto di silenzio. A chi l’abbia fatto nel buio della sua stanza.
Alle famiglie delle vittime. A quelle di chi si è salvato e mai tornerà a essere la persona che era.
Ai piccoli e grandi gesti di eroismo che non conosceremo mai.
Alla commozione dei collegamenti tv, nei quali anche chi dovrebbe dare sempre un’immagine professionale di sé crolla in lacrime, ai fiori, alle candele per le strade e sui davanzali delle finestre di tutto il mondo, al ragazzo che, il giorno dopo l’abominio, suonava Imagine di John Lennon con un pianoforte, proprio fuori dal Bataclan.
Al coraggio intrecciato alla paura.
Al nuovo senso precario della parola libertà.

«MI HA INFASTIDITO TUTTO IN QUESTI GIORNI:»
la strumentalizzazione dell’odio, i silenzi mancati, l’istigazione alla violenza anche solo verbale, la corsa a chi ne sa di più, i toni sbagliati, le notizie frivole, il cinismo, il ronzio politico, le pubblicità prima dei video, quelli che non hanno trovato di meglio da fare che speculare sull’orrore con le loro bufale per aumentare le visualizzazioni, la polemica sterile, i senza cervello che hanno esploso petardi a Parigi il quattordici novembre, le opinioni di chiunque sentisse l’urgente necessità di dire la propria.
La vita va avanti. È il suo bello e la nostra salvezza; nonostante ogni tanto sembri la cosa più crudele che possa fare.
Anche se ho sperato che almeno il tempo avesse la decenza di rimanere sospeso per un po’."

Ascoltate l'audio tratto dalla diretta di 105 Week-end in cui Dario Spada legge l'articolo di Carlotta:

da Vanity Fair

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