Parlare poco aiuta: ecco come e perché!

Non più parlare all'infinito e di tutto, ma parlare poco e bene: ecco il metodo rivoluzionario nel campo della psicoanalisi per superare i problemi.

Parlare poco aiuta: ecco come e perché!

Tutti (o quasi) abbiamo sempre pensato che parlare con qualcuno – dagli amici più stretti, fino allo psicologo, quando necessario – dei nostri problemi fosse in qualche modo la soluzione per stare meglio. Quanto meno per condividere con qualcuno le proprie angosce, sofferenze e preoccupazioni e cercare di superarle andando a scoprire l’origine dei problemi.

A pensarla diversamente, però, è proprio qualcuno che in questo campo ci lavora. Parliamo dello psichiatra e psicoterapeuta Raffaele Morelli, presidente dell'Istituto Riza e direttore della rivista di settore Riza Psicosomatica.

In una recente intervista a Il Corriere delle Sera e riportata dall’Huffington Post, rilasciata proprio a ridosso delle festività natalizie, quando chi è solo si sente ancora più abbandonato e la depressione aumenta, il dottore ha voluto sottolineare come i problemi non si risolvano, ma si superino. Queste le sue parole: «Prendiamo un ginocchio abraso dopo una caduta. Fa male, e se l'incisione è più profonda sanguina. Poi si forma la crosta che si staccherà da sola. Ma se la gratti e la tormenti la ferita si riapre e torna a sanguinare».

La cosiddetta “elaborazione del lutto” di cui tutti abbiamo sempre sentito parlare – e che non si riferisce solamente all’elaborazione della perdita di una persona cara, ma si può estendere anche al superamento del dolore per un tradimento o un abbandono – non sempre troverebbe efficacia nel parlare con qualcuno per arrivare alla radice e al perché del problema.

Morelli ci spiega il motivo dal suo punto di vista: «Lunghe sedute, dove il paziente vomita di tutto, cercando nei traumi lontani (la madre gelida, il padre violento, lo stupro subito) le motivazioni dei propri disturbi, la soluzione dei problemi. Sbagliato. I problemi non si risolvono, si superano. C'è una parola fondamentale per entrare nel proprio mondo interiore. La parola è “adesso”. Mai esplorare l'inconscio alla luce del passato. Ogni volta che paragono uno stato d'animo attuale a uno del passato, finisco per amplificare il dolore. Penso che l'oblio e il mistero siano la cura, mentre l'ossessione di spiegare, capire, ragionare sui traumi, sia la malattia di questo secolo».

Una visione decisamente originale rispetto a quella alla quale siamo abituati, soprattutto se pensiamo al mestiere dello psicoterapeuta. L’approccio innovativo del “nostro” psicanalista si evince proprio dal primo impatto che ha con i propri pazienti: «Durante la prima seduta al mio paziente chiedo un patto: non deve raccontarmi la sua storia, i suoi segreti. Si va oltre. Quanto più entriamo in un altro regno della mente, tanto più si attivano le forze della rinascita».

Sicuramente una riflessione interessante, ma forse non condivisibile da tutti. Voi come la pensate?

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