C'è vita dopo la morte? Sui social di sicuro!

Sono ormai tantissimi gli "account commemorativi" sui social di persone passate a miglior vita.

C'è vita dopo la morte? Sui social di sicuro!

Ce ne accorgiamo ogni volta che muore un personaggio famoso: David Bowie, Bud Spencer, Alan Rickman, Ettore Scola, Prince, Umberto Eco, Gene Wilder, Dario Fo – solo per citare alcuni degli artisti e intellettuali deceduti quest’anno – vengono immediatamente ricordati sui social da milioni di persone, nascono pagine a loro dedicate e i profili ufficiali rimangono attivi, spesso gestiti da parenti o membri dello staff che continuano a postare foto, ricordi, canzoni, video, citazioni.

Lo vediamo anche nella nostra “sfera” più ristretta delle conoscenze, quando qualcuno dei nostri contatti viene a mancare. Il suo profilo non “muore” con quella persona, ma si trasforma in una bacheca in cui gli amici postano un ricordo, continuano a fare gli auguri di compleanno, lasciano un saluto anche ad anni di distanza dalla morte.

I profili personali diventano in tutto e per tutto degli account commemorativi, da qualche tempo disposti su richiesta dallo stesso Facebook. Sulla piattaforma di Zuckerberg nel 2013 si contavano 20 milioni di defunti e si stima che, se il social continuerà ad essere utilizzato come o più di oggi, nel 2060 saranno presenti più morti che vivi.

Facebook non è il solo, grazie all’account commemorativo, ad essersi attrezzato per gestire l’eredità virtuale di una persona deceduta.

Ciò che resterà di noi sulla Rete dopo il trapasso è, del resto, una questione che fa riflettere. Non a caso sono state pubblicate delle guide pratico-morali a riguardo, come quella di John Romano e Evan Carroll “Your digital Afterlife” e sono nati dei veri e propri social su cui caricare tutto ciò che vogliamo sopravviva alla nostra morte fisica, il più famoso dei quali è Eternal beings.

Questo fenomeno non ha lasciato indifferenti psicologi, studiosi e filosofi. Il sociologo De Kerckhove spiega in questo modo il nostro nuovo approccio “social” alla morte: «La nuova intelligenza sarà riscoprire che pensare e condividere la morte è un insegnamento prezioso. È un concetto che non abbiamo ancora maturato, ma stiamo uscendo dal lutto come qualcosa di segreto, riservato, dalla narrazione classica della morte. Ora si condivide tutto con tutti, c’è persino chi si suicida in diretta, stiamo perdendo il sentimento della privacy. Lasciamo tanti pezzi di noi, in giro per il web, ma la continuità del nostro essere può venir ricostruita, e la memoria di una persona può andare oltre il suo momento finale, chi muore non è mai completamente sepolto» Siamo tuttavia ancora lontani dall’immortalità, anche virtuale: «Non siamo ancora arrivati a dare una autocoscienza alle nostre creature digitali. E comunque, il virtuale non è eterno. Dipende dall’elettricità: qualcosa di molto fragile».

foto da Facebook

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