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Parolacce, perché le diciamo?

“La parolaccia è un carico simbolico che dà peso alla parola”, tutti noi le usiamo. I bambini invece no.

Parolacce, perché le diciamo?

Le parolacce, ammettiamolo, sono liberatorie. Quando capita di dirle suscitano uno strano effetto analgesico e, sebbene pronunciarle non sia proprio un'usanza da lord inglese, il loro utilizzo è molto frequente. Anche nel mondo della musica sono tanti gli esempi di canzoni con le parolacce: dagli Squallor degli anni '80 con “Cornutone”, Marco Masini con le sue hit “Vaffanculo” e “Bella Stronza”, fino ai più recenti Fabri Fibra con “Rap in vena” o “Coccole”. Anche gli ultimi successi di Fabio Rovazzi “Tutto molto interessante”, e Ligabue, “È venerdì, non mi rompete i coglioni” contengono parolacce, non sempre debitamente censurate.

Secondo una ricerca di Richard Stephens, professore di Psicologia alla Keele University, Gran Bretagna, le parolacce funzionano come le aspirine, calmano i nostri sintomi. Gli fa eco il suo collega Adriano Zamperini, docente di Psicologia della Violenza all'Università di Padova: “Viviamo in una democrazia. Che è pur sempre un sistema non violento, però fondato sul conflitto. Nel momento in cui la violenza fisica viene condannata, non ci resta che la parola”. Insomma dire parolacce sostituirebbe il nostro primordiale istinto di violenza, che non può essere sfogato tramite quella fisica, socialmente non accettata. “Basta guardare i talk show – prosegue Zamperini – c'è sempre un'escalation di aggressività verbale fine a se stessa cosicché chi ascolta, quasi sempre, non capisce nulla […] La parolaccia è un carico simbolico che dà peso alla parola, altrimenti troppo leggera, incapace di imporsi nella magma dei discorsi infiniti”.

Insomma la parolaccia come parte di noi. I bambini, al contrario, cercano di evitare di dire parolacce, come racconta il linguista Giuseppe Antonelli: “Mia figlia di sei anni e le sue amichette, a una festa, ascoltano 'Andiamo a comandare'. Quando arriva il momento in cui J-Ax dice 'Rovazzi, che cazzo fai?' tutte insieme si mettono le mani sulle orecchie per non ascoltare e si mettono a gridare per coprire il turpiloquio. Morale: i bambini capiscono e devono capire bene qual è una parolaccia e quale no. La censura non fa che amplificare il loro interesse. L'importante, però, è guidarli all'ascolto, spiegare loro che una certa parola è disdicevole” conclude.

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