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5 Febbraio 2026

Musk e il chip neuronale: a un passo dalla telepatia?

 

Sono ormai trascorsi due anni da quando Elon Musk ha annunciato l’impianto in un paziente umano di Telepathy, il primo microchip neurale progettato per tradurre l’attività cerebrale in comandi digitali in pazienti con problemi neurologici e motori.

In quel caso il paziente zero era Noland Arbaugh, diventato tetraplegico dopo un incidente stradale, che a poche settimane dall’impianto, seppure con una mobilità estremamente ridotta, dichiarò di potersi finalmente dedicare ai propri hobby, come gli scacchi, giocare a MarioKart e imparare il giapponese.

Il microchip impiantato registrava l’attività elettrica dei neuroni e convertiva i segnali in comandi per un dispositivo esterno.

Dopo Noland i pazienti della sperimentazione sono diventati 21 e tutti, stando alle dichiarazioni ufficiali, hanno dimostrato con la loro esperienza i traguardi raggiunti dalla tecnologia neurale.

Neuralink ha diffuso quindi a gennaio un report sui primi 24 mesi di test e tra tutti, il dato più sorprendente riguarda la rapidità con cui ognuno dei pazienti del trial è in grado di digitare testi con la mente.

Si parla di 40 parole al minuto, un ritmo di battitura paragonabile a quello di una persona che utilizza una tastiera fisica a velocità moderata.

Il caso invece di Audrey, la prima donna a ricevere un chip neurale, è singolare.

Dopo aver subito una lesione al midollo spinale vent’anni fa, Audrey non ha mai potuto controllare in autonomia un computer.

Dopo l’impianto e nonostante la sua limitata esperienza nell’utilizzo della tecnologia, è riuscita in poco tempo a riscoprire l’amore per l’arte creando opere complesse.

Audrey trasmette visivamente la sua storia attraverso l’arte astratta – recita il report.

E ora, dopo diversi riconoscimenti, aprirà una galleria fisica dove esporre il suo lavoro e poter ispirare anche altre persone come lei.

I prossimi step annunciati da Neuralink sono lo sviluppo di nuove interfacce per poter ripristinare la voce e la vista in persone affette da gravi disturbi del linguaggio e non vedenti.

Nel primo caso l’intenzione è quella di leggere i segnali provenienti dalle regioni cerebrali coinvolte nel linguaggio e garantire ai pazienti una comunicazione verbale di 140 parole al minuto.

Nel secondo caso con Blindsight, la sperimentazione mira a ridare la vista ai non vedenti grazie a tremila elettrodi che vanno a stimolare la corteccia visiva.

Le reazioni della comunità scientifica sono tiepide: tra scetticismo e incredulità, si invita alla prudenza, soprattutto riguardo al lungo periodo.

Il dubbio è: dopo 5 o 10 anni di utilizzo del chip (ammesso che duri tutto questo tempo) come reagirà il cervello?

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