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Carlo Conti: “Dopo il successo bisogna continuare a pedalare”

Il direttore artistico si prepara a tornare alla conduzione del Festival: l’intervista

11 Febbraio 2026

È il volto su cui si concentrano aspettative, critiche e pronostici. Carlo Conti si prepara a guidare Sanremo 2026 con la calma di chi conosce il peso del palco dell’Ariston ma rifiuta di trasformarlo in una questione di potere personale. Firenze resta il suo rifugio, lontano dai salotti romani, mentre il Festival incombe tra polemiche e rumors.

 

Nessuna ossessione per la classifica

La sua filosofia è semplice: niente ossessione per la classifica. In un’intervista a Vanity Fair, spiega: “Non penso mai a chi vince. Non voglio nemmeno sapere gli andamenti della classifica se non in diretta, scoprendo tutto come fanno i telespettatori. L’anno scorso ci rimasi male nel vedere Achille Lauro e Giorgia fuori dalla cinquina finale. Ma il fatto più importante non è sapere chi vincerà ma vedere, mesi e settimane dopo, che gli artisti su cui hai puntato, come Olly per esempio, diventano grandi successi. Quella è la vera soddisfazione”. Il metodo Conti per la scelta delle canzoni parte dall’ascolto distratto, a volume basso, per capire se un brano funziona anche come sottofondo. Poi arriva il “bouquet”: equilibrio tra rock, rap, pop, ballad e contaminazioni. Ogni esibizione sarà costruita come un mini show, quasi un halftime spettacolare.

 

Ci saranno ospiti internazionali?

Anche sugli ospiti internazionali nessuna ansia. “Dal 2017 in poi la hit parade italiana delle canzoni è stata stravolta: oggi su dieci brani in classifica, otto o addirittura nove sono italiani. La musica italiana a Sanremo non ha bisogno di star internazionali. E poi, chi faceva promozione fino a dieci anni fa oggi preferisce fare un post sui social invece di girare tutti i Paesi. È cambiato tutto e il Festival sta in piedi da solo. Proprio per questo, invece, bisogna puntare sulla sorpresa o sulla nostalgia. Come con i Duran Duran dell’anno scorso. E comunque, gli ospiti internazionali vengono scelti all’ultimo. Il contratto con i Duran Duran l’abbiamo chiuso una settimana prima”.

 

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Mai smettere di pedalare

Il suo mantra è chiaro: pedalare. “Certo! Ma preferisco dimenticare. Perché se uno mi pesta un piede io penso sempre al mio sbaglio di averlo messo sotto il suo. Non sono un santo, non è la predica del porgi l’altra guancia. È più il mio carattere. Come quando le cose vanno benissimo. La mattina dopo il successo di Sanremo dello scorso anno, ai miei autori dicevo: tenete i piedi per terra. E pedalare, pedalare! La carriera, come la vita, è una gara di ciclismo: discese, salite e ancora discese e ancora salite. Ti servono solo due cose: il pubblico e la forza di pedalare”.

 

La vita privata 

Lontano dai riflettori, c’è la dimensione privata. “Sono rimasto un provinciale e la mondanità non m’interessa. Mi ricordo i primi anni Duemila, sbarcato a Roma con Leonardo Pieraccioni. Alle otto e un quarto di sera eravamo seduti al ristorante, non c’era nessuno. Quando iniziavano ad arrivare le persone, noi avevamo finito di cenare. Quando termino il mio lavoro, mi piace tornare alla mia vita e ai miei affetti”.

E poi c’è Matteo. “Lui è una delle persone da cui mi piace tornare. Andiamo spesso a pesca insieme. Ho anche scritto un libro per De Agostini, ‘Pesca con il Babbo – Manuale di complicità tra padre e figlio’. Mi piace stare con Matteo, sulla nostra barchetta, in mezzo al mare”. La felicità, in fondo, è tutta qui, nella famiglia: “Stare sul divano, giocare con mio figlio, andare a cena con mia moglie Francesca.

 

La gestione dei social e della tecnologia 

Sull’educazione digitale, niente proibizionismi assoluti. “Mi ricordo che con mia moglie Francesca, quando non eravamo ancora genitori, al ristorante criticavamo quelli che davano il tablet ai propri figli per farli stare tranquilli. ‘Noi non lo faremo mai’, ci dicevamo. Che illusi. Io penso che più che bloccare, che vietare, bisogna insegnare un utilizzo intelligente e non esagerato di telefoni e nuove tecnologie. È un mondo nuovo, forse più difficile, ma io resto ottimista: i nostri nonni hanno fatto figli e formato famiglie in guerra e sotto le bombe. Noi siamo cresciuti durante gli anni del terrorismo. Ogni generazione deve trovare il suo equilibrio e le proprie soluzioni”.

 

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(Credits: Getty Images)