C’è chi usa termini infantili o chi si affida a nomignoli inventati. Ma la verità è che il modo in cui chiamiamo le nostre parti intime non è mai un caso.
Cosa dice la scienza sui soprannomi che diamo alla vagina
A fare chiarezza ci ha pensato uno studio pubblicato lo scorso ottobre, intitolato: “Vagina, Pussy, Vulva, Vag: i nomi che le donne danno ai loro genitali sono associati in modo diverso a esiti sessuali e di salute”.
I ricercatori hanno analizzato le risposte di 475 donne, dividendo i nomi usati in nove categorie: da quelli più “anatomici” a quelli volgari, passando per eufemismi, termini infantili, legati al cibo o alla natura.
Tutto questo per capire se queste parole influenzano l’autostima, il piacere a letto e persino la cura della propria salute.
Perché i termini infantili possono nascondere un disagio
Se la chiami ancora con nomi buffi o infantili tipo “fuffi”, potresti involontariamente portarti dietro un peso emotivo. Secondo Tanja Oschatz, dottoranda in psicologia sociale e tra le autrici della ricerca intervistata dal Metro, questi termini sono usati da circa il 15% delle donne e spesso nascondono un senso di disagio.
“Penso che i termini giocosi o infantili possano avere connotazioni particolarmente forti di vergogna, imbarazzo o distanziamento emotivo”, spiega. Usare parole da bambini può far sembrare i genitali qualcosa di “segreto” o imbarazzante, rendendo più difficile vivere la propria sessualità con maturità e consapevolezza.
Non è un caso isolato: ancora oggi un terzo delle donne preferisce dire “laggiù” o “parti intime“. È un modo per girare intorno all’argomento senza mai nominarlo davvero, mantenendo vivo un senso di distacco dal proprio corpo.
Vagina, vulva e clitoride: perché usare i nomi corretti rende libere
Invece, usare la terminologia anatomica, quindi vagina, vulva, clitoride, è la via per la libertà. Parlare con precisione del proprio corpo è un atto di consapevolezza che facilita il dialogo con i medici e con il partner, eliminando le barriere del non detto.
La sorpresa della ricerca arriva dai termini considerati volgari. Se usati consapevolmente in un contesto sessuale, termini come “f*ga” possono cambiare significato. Come spiega la dottoranda: “tali termini potrebbero funzionare come una forma di rivendicazione linguistica: un linguaggio tradizionalmente stigmatizzante, degradante, sessista viene riappropriato in modo autodiretto e responsabilizzante”.
In pratica, riappropriarsi di una parola “proibita” aiuta a sentirsi più sicure, in controllo e aperte al piacere.
