Il volto di Fulminacci a Sanremo era quello di un artista sereno, quasi incredulo. Settimo posto finale con Stupida sfortuna, ma soprattutto il Premio della Critica Mia Martini: un riconoscimento che per molti cantautori vale quanto un trionfo. Per Filippo Utinacci, 28 anni, romano di Casal Lumbroso, l’esperienza all’Ariston è stata qualcosa di più di una semplice gara musicale, come racconta a Vanity Fair: “Una vittoria. Perché ho respirato un Sanremo da vincente, senza vincerlo”.
Una sensazione che racconta bene la trasformazione personale dell’artista. Per la prima volta, dice, è riuscito a vivere davvero il momento senza esserne travolto. Un cambiamento che arriva dopo anni complessi, segnati da paure, insicurezze e momenti difficili sul palco.
La paura del palco e gli attacchi di panico
Oggi Fulminacci appare rilassato e ironico, ma dietro quella naturalezza si nasconde una storia meno semplice. Nei primi anni di carriera l’idea di salire sul palco era spesso accompagnata da una tensione paralizzante. “Perché in passato, durante il primo tour per esempio, la mia attenzione era tutta su una cosa: non fare errori. Cantare bene, ricordarmi le cose, arrivare alla fine. Era una questione di sopravvivenza. Se salivo con il palco con la paura, poi la paura diventava padrona della situazione. Non riuscivo a vivere davvero quello che stava succedendo. C’ero, ma fino a un certo punto”.
Un racconto che prosegue con un episodio preciso, uno di quei momenti che segnano un artista. “Una volta mi sono proprio paralizzato mentre suonavo. A un certo punto non riuscivo più ad andare avanti, sentivo il formicolio alle mani. Mi si è svuotata la testa e non ricordavo più dove fossi nella canzone. Sono momenti brutti, perché ti sembra di non avere più controllo. Un attacco di panico”.
Nonostante tutto, non ha mai pensato di mollare: “In cuor mio sapevo che ce l’avrei fatta”. La svolta è arrivata quando ha smesso di combattere l’errore e ha iniziato ad accettarlo: “L’ho superata vedendo che se sbaglio la gente mi vuole ancora più bene. Sono una persona, gli altri non pretendono che io sia finto. Ho fatto psicoterapia”.
“Calcinacci”: un album nato dalla fine di un amore
Il nuovo disco si chiama Calcinacci e il titolo dice già molto. È un breakup album, come lo definisce lui stesso: un lavoro nato dopo la fine di una relazione durata sette anni. “Totalmente. Un disco che viene dopo un cambio di vita radicale”. La storia era quella con Lia, attrice, citata spesso nelle sue prime interviste. Un rapporto intenso che si è chiuso senza drammi, ma con una malinconia profonda.
“È finita con lei dopo sette anni. Una relazione stupenda, lei una persona meravigliosa a cui voglio un bene incredibile. Ci siamo solo fatti del bene. È stata una cosa bella che però è finita perché a volte succede che le cose non sono più belle. Così, senza un motivo. All’improvviso dici: vabbè, doveva finire adesso”. Dentro Calcinacci c’è proprio quel momento sospeso tra fine e ripartenza: solitudine, nuove amicizie, città da evitare e luoghi da reinventare.
Nuove consapevolezze e una malinconia diversa
Nel disco non c’è rabbia, né voglia di rivalsa. Piuttosto una malinconia lucida, quasi contemplativa. “C’è grande malinconia, questo sì. La rabbia, quando ce l’ho, è rivolta verso di me, verso le cose che potevo fare e non ho fatto o che ho fatto male”.
L’esperienza sentimentale lo ha cambiato. Non tanto nel modo di scrivere, quanto nel modo di vivere. “Sì, sono cambiato. Soprattutto mi sono rilassato, ho perso tante paure e sono più a mio agio con il lavoro che faccio. Sono più proattivo e vivo più nel presente”. Un passaggio che lui stesso sintetizza con una metafora semplice ma efficace. “Oggi sono più sulla pista da ballo e meno al bancone del bar, diciamo”.
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