Visualizzato, nessuna risposta e una domanda che continua a tornare: possibile che dall’altra parte non importi assolutamente nulla? Una nuova ricerca sul ghosting suggerisce che la realtà potrebbe essere diversa. Chi viene ignorato tende infatti a sottovalutare quanto male si senta chi smette di rispondere.
Lo studio, firmato da Sophia Li, Coral Zheng e Juliana Schroeder e pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin, ha coinvolto 1.146 partecipanti. L’obiettivo era osservare il fenomeno da un punto di vista meno studiato: non soltanto cosa prova chi viene ghostato, ma anche cosa succede a chi interrompe la comunicazione.
Ghosting: cosa prova chi smette di rispondere
I ricercatori hanno utilizzato tre approcci diversi: ricordi di esperienze realmente vissute, scenari ipotetici e un’interazione dal vivo nella quale il ghosting veniva indotto sperimentalmente.
Il risultato è rimasto coerente: chi non riceveva risposta immaginava che l’altra persona provasse meno emozioni negative di quante ne dichiarasse realmente. Il divario diventava ancora più evidente quando il silenzio non era intenzionale, per esempio quando una risposta veniva semplicemente dimenticata o rimandata.
Questo non significa che chi fa ghosting soffra più di chi lo subisce. Lo studio mette in evidenza piuttosto un errore di percezione reciproca: interpretiamo facilmente il silenzio come indifferenza.
Anche una risposta breve può cambiare le cose
La ricerca ha individuato anche un dettaglio interessante. Mandare una risposta minima, invece di interrompere completamente la conversazione, riduceva questa distanza tra ciò che una persona prova e ciò che l’altra immagina.
Il messaggio è semplice: non servono necessariamente lunghe spiegazioni. A volte bastano poche parole per evitare che il silenzio venga letto come totale mancanza di interesse o sensibilità.
(Immagini generate con IA)
