Il mercato della “Grief Technology” ha trasformato il lutto in un nuovo business digitale.
Grazie all’intelligenza artificiale, basta processare l’impronta digitale che lasciamo online per generare avatar interattivi che replicano la personalità e la voce di chi non c’è più.
Questa forma di immortalità permette di continuare a scambiarsi messaggi e chiamate con una versione digitale dei propri cari, capace di rispondere anche in tempo reale.
L’impatto della “Grief Technology”
Tecnicamente, l’accesso a questi strumenti è diventato immediato. Il mercato offre soluzioni per ogni tasca: dai semplici chatbot testuali a ricostruzioni vocali e video iper-realistiche.
Molte persone stanno iniziando ad alimentare questi sistemi preventivamente, costruendo in vita un database per lasciare ai posteri una versione di sé interattiva.
Tuttavia, questa evoluzione solleva dubbi psicologici.
Se da un lato l’avatar può attutire lo shock iniziale, il rischio è quello di scivolare in una dipendenza emotiva che blocca la naturale elaborazione della perdita, preferendo una replica artificiale alla realtà dell’assenza.
I rischi
Oltre all’impatto emotivo, esiste un enorme vuoto normativo su consenso e sicurezza. Non è ancora chiaro chi abbia il diritto di “riattivare” digitalmente un defunto e dove finisca il confine tra il ricordo e la violazione della privacy postuma.
A peggiorare lo scenario ci pensano i deepfake: la clonazione vocale e visiva espone chi soffre a truffe spietate e manipolazioni.
(Credits: Getty Images)
