Vai al contenuto
Home » Articoli » Tutto news » Guerra all’AI nella musica: Spotify cancella 75 milioni di brani, gli artisti chiedono le tutele

TUTTO NEWS

Guerra all’AI nella musica: Spotify cancella 75 milioni di brani, gli artisti chiedono le tutele

Mentre il gigante dello streaming rimuove i contenuti generati artificialmente, le major affrontano la pressione dei sindacati

21 Ottobre 2026

di Andrea Benatti

Nell’ultimo anno Spotify ha intrapreso una decisa offensiva contro l’abuso dei sistemi generativi, arrivando a cancellare un catalogo di oltre 75 milioni di brani prodotti tramite intelligenza artificiale che infrangevano «in modo grave o ripetuto le nostre norme».

Oltre a questa bonifica, la piattaforma streaming ha provveduto a marginalizzare circa 50 milioni di contenuti catalogati come «slop and spam», escludendoli dalle playlist di riproduzione automatica per impedire che venissero ascoltati in modo passivo dagli utenti.

La scelta è maturata analizzando direttamente le abitudini del pubblico: «Abbiamo analizzato attentamente i brani che gli ascoltatori saltavano, ignoravano o dichiaravano di non voler sentire», hanno spiegato i responsabili del servizio, precisando che «è emerso un quadro preciso: si trattava sistematicamente di contenuti di scarsa qualità o spam».

Non parliamo quindi di produzioni discografiche che impiegano la tecnologia come supporto creativo, bensì di materiale di bassissimo livello confezionato al solo scopo di generare royalty fraudolente. Per schermare gli algoritmi di raccomandazione da questi contenuti, Spotify ha implementato un sistema di controllo incrociato che combina le reazioni dell’utenza con l’analisi dei metadati, le dinamiche di caricamento e specifici software di rilevamento forniti da partner tecnologici.

Parallelamente, la società ha distribuito un distintivo di verifica a circa 300 mila performer reali e introdotto un’etichetta differenziata per le cosiddette AI Personas, le quali restano tagliate fuori dai canali promozionali ed editoriali a meno che un utente non scelga esplicitamente di seguirle.

I dati diffusi evidenziano due elementi rassicuranti: le tracce interamente sintetiche hanno una probabilità dieci volte superiore di rimanere al di sotto dei mille ascolti totali rispetto ai brani realizzati da esseri umani, mentre quei 300 mila artisti in carne ed ossa generano da soli più del 99% dei flussi di ascolto globali, dimostrando una penetrazione attualmente contenuta dello spam musicale.

Nonostante le contromisure, l’evoluzione tecnologica rappresenta una minaccia concreta per la tutela delle opere usate per addestrare i modelli di intelligenza artificiale: per questo motivo l’American Federation of Musicians (AFM), sindacato statunitense con oltre 80 mila iscritti, ha promosso la campagna Human Made Human Paid per chiedere alle major (Universal, Sony, Warner e Hollywood Records) un adeguamento contrattuale che protegga i cataloghi musicali usati come dati di addestramento.

Secondo ciò, gli artisti rivendicano il diritto di negare il consenso all’uso delle proprie opere, chiedendo trasparenza sui crediti, compensi per ogni utilizzo e una quota sui proventi delle licenze.

Come sostenuto dal presidente dell’AFM, Tino Gagliardi: «Le case discografiche non possono intascare profitti nati dal lavoro degli artisti, escludendo i musicisti professionisti dal processo. Human MadeHuman Paid è una campagna che riguarda il consenso, il riconoscimento del lavoro e la remunerazione», ribadendo che «non resteremo a guardare mentre gli accordi con le aziende tecnologiche aggirano proprio gli artisti che, in origine, hanno dato valore ai cataloghi».

Fonte: Rollingstone.it

Immagine generata con AI