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I BTS sono un caso politico

La rivalità tra Corea del Nord e del Sud ha ora come oggetto la musica

24 Marzo 2021

Nei giorni scorsi l’Agenzia Centrale di Stampa Coreana, organo ufficiale del regime guidato da Kim Jong-un, ha diffuso un dispaccio dove ha accusato le società discografiche sudcoreane che curano gli interessi di band popolarissime come – appunto – BTS e Blackpink di ridurre in schiavitù i cantanti messi sotto contratto. “Giovani cantanti della Corea del Sud sono costretti a vivere una vita miserabile in quanto subordinati alle grandi corporation”, si legge nel comunicato, che cita esplicitamente BTS e Blackpink, costretti a “contratti esclusivi con grandi aziende del settore”. “Le loro vite sono come prigioni senza sbarre”, e sarebbero costretti a concedere “favori sessuali a politici e uomini d’affari”

Né la SM Entertainment né HYBE, la nuova conglomerata nata dalla Big Hit Entertainment che gestisce i BTS, hanno risposto alle accuse, evidentemente talmente esagerate da non meritare una controbattuta. Tuttavia il tema dei termini che regolano le relazioni tra artisti ed etichette K-pop non è nuovo ed è discusso anche dentro la Corea del Sud: nel 2008 la boy band dei TVXQ fece causa alla propria etichetta sostenendo come il contratto che li legava alla label, sottoscritto ad appena tredici anni, fosse ingiusto e vessatorio. Di conseguenza, nel 2009 si stabilì che la durata temporale massima di un contratto discografico dovesse essere limitata a sette anni, per tutelare ulteriormente gli artisti nei confronti delle etichette.