di Andrea Benatti
Un pianeta sopravvissuto alla fine del proprio mondo continua a gravitare attorno al cadavere della sua stella, mettendo in discussione i modelli noti dell’evoluzione cosmica.
L’astrofisico Jamie Williams, dell’Università di Warwick, guida la squadra di ricerca che ha intercettato i resti chimici di questo corpo celeste, individuando attorno alla nana bianca HS 0209+0832 il primo pianeta di seconda generazione ricco di niobio: una realtà “fenice” riemersa dalle ceneri stellari e adesso condannata al dissolvimento, segnata da un’agonia secolare, da un involucro gassoso strappato via e da un’atmosfera infarcita di metalli pesanti del tutto inaspettati in quello specifico contesto.
A fare da protagonista a questa dinamica è WD 1856+534 b, gigante gassoso con una massa massima pari a quattordici volte quella di Giove e dimensioni paragonabili ad esso, individuato grazie alle rilevazioni condotte da Andrew Vanderburg del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e poi convalidate dal telescopio spaziale TESS della NASA: l’elemento eccezionale riguarda la stella ospite, la nana bianca WD 1856+534 posta a circa ottanta anni luce da noi.
Normalmente, quando un astro analogo al Sole prosciuga le proprie riserve di carburante nucleare, si gonfia trasformandosi in una gigante rossa ed erodendo i corpi celesti limitrofi; in seguito espelle gli strati più esterni lasciando unicamente un nucleo esausto e denso, grande quanto la Terra ma incredibilmente massiccio.
A dispetto di un cataclisma che non avrebbe dovuto concedere scampo, il gigante gassoso è rimasto incredibilmente integro: completa il proprio giro ogni trentaquattro ore a una distanza dal residuo stellare venti volte minore rispetto a quella che separa Mercurio dal Sole.
Un passaggio così serrato chiarisce come l’oggetto non potesse occupare quella posizione durante la fase espansiva della gigante rossa, pena la sua immediata vaporizzazione: le ricostruzioni indicano infatti che l’origine del pianeta risalga a svariate unità astronomiche di distanza dall’astro principale.
Solamente in seguito alla mutazione della stella in nana bianca, le spinte gravitazionali esercitate da ulteriori componenti del sistema — verosimilmente altri pianeti di grandi dimensioni o stelle compagne — ne hanno deviato il cammino, trascinandolo nei pressi del centro senza che le forze di marea lo smembrassero.
È la storia di un mondo rimasto al sicuro lontano dalle fiamme durante l’esplosione iniziale e successivamente attirato verso il nucleo rimasto, capace di iniziare un nuovo ciclo vitale a due passi da ciò che resta del suo sole.
Fonte: scienzenotizie.it – ansa.it
Immagine realizzata con AI
