Il primo concerto della nostra vita potrebbe iniziare molto prima delle prime parole. Già nei primi giorni, il cervello dei neonati sembra riconoscere il ritmo, prevedere il battito successivo e reagire ai cambiamenti della melodia. La capacità di apprezzare la musica, quindi, potrebbe avere radici innate e biologiche.
A sostenerlo è Henkjan Honing, studioso di Cognizione musicale dell’Università di Amsterdam. Come riporta Focus, nel lavoro pubblicato su Current Biology distingue la musica, diversa tra epoche e culture, dalla musicalità: la predisposizione a percepire, produrre e organizzare i suoni.
Cosa riconoscono i neonati nella musica
Le prove più interessanti arrivano da bambini troppo piccoli per aver ricevuto un’educazione musicale. Gli studi indicano capacità precoci legate a ritmo, altezza e aspettative temporali. Non significa nascere con gusti già definiti, ma avere un cervello pronto a individuare schemi anche in una semplice sequenza di note.
E non siamo gli unici “animali musicali”. Uccelli, balene e alcuni primati mostrano abilità sonore e ritmiche, seppure in forme diverse dalle nostre. Il confronto tra specie aiuta gli scienziati a capire quanto queste capacità siano antiche e come possano essersi evolute.
Perché la musica ci unisce
Secondo Honing, la musicalità avrebbe collegato nel tempo circuiti cerebrali coinvolti nella percezione, nel movimento e nelle emozioni. Una combinazione utile per sincronizzare i gesti, condividere stati d’animo e rafforzare i legami all’interno di un gruppo. La musica potrebbe quindi essersi affermata anche come potente collante sociale.
Cultura, esperienza e allenamento continuano naturalmente a modellare ciò che ascoltiamo e il modo in cui suoniamo. La base, però, potrebbe essere presente già alla nascita. Forse è per questo che una ninnananna calma un neonato, un ritornello ci fa muovere senza pensarci e alcune canzoni sembrano parlarci prima ancora delle parole. In fondo, potremmo essere nati non soltanto per ascoltare musica, ma anche per cercarla.
