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Lindsey Vonn: “Non voglio essere ricordata per quella caduta”

La sciatrice racconta per la prima volta cos’è successo dopo l’incidente alle Olimpiadi

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La discesa era iniziata come centinaia di altre. Velocità, traiettoria pulita, la Olympia delle Tofane sotto gli sci e la sensazione di essere di nuovo la migliore. Poi, dopo appena tredici secondi, tutto si è fermato. Un errore minimo, un dosso affrontato troppo veloce, lo sci esterno caricato eccessivamente, il drift che non arriva. Il braccio resta impigliato nel palo, gli sci non si sganciano, il corpo ruota violentemente. La caduta è devastante. Le urla attraversano la pista e arrivano fino alla diretta televisiva. La gamba sinistra è spezzata, deformata, bloccata negli attacchi. Non riesce a muoversi. Non riesce nemmeno a liberarsi.

A raccontare per la prima volta quegli istanti che tutti abbiamo impressi è la stessa Lindsey Vonn in un’intervista a Vanity Fair che ricorda quelle urla che hanno squarciato le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina, lasciando tutti ammutoliti: “Avevo la gamba rotta. Gli sci erano ancora attaccati. La gamba era tutta storta e non riuscivo a togliermeli. Non potevo muovermi e urlavo chiedendo aiuto. Avevo solo bisogno che qualcuno mi togliesse gli sciL’elicottero arriva mentre la gara si ferma. Il mondo dello sci trattiene il respiro. La favorita per una medaglia olimpica viene portata via, mentre attorno alla tenda medica si accalcano curiosi e fotografi. 

Il dolore e la corsa contro il tempo 

Dentro la tenda a bordo pista la scena è convulsa. Casco, scarponi, tuta: tutto deve essere rimosso rapidamente. Il dolore è incontrollabile. La gamba viene immobilizzata e parte un secondo trasferimento in elicottero. Alla clinica olimpica il dolore aumenta, i farmaci non bastano: “A metà esame ho cominciato a sudare. Avevo un dolore fortissimo. Ho urlato con tutto il fiato che avevo: tiratemi fuori. Non si attenuava. Non mollava la presa. Mi è rimasto inciso nel cervello”.

La TAC conferma una frattura complessa: rottura di tibia, perone e caviglia. Serve un intervento urgente. Il trasferimento verso Treviso diventa un’altra corsa a ostacoli. L’elisuperficie è invasa dai paparazzi, la squadra medica deve farsi largo per atterrare. In sala operatoria si mobilita un team completo. Il primo intervento stabilizza la frattura. Sembra l’inizio della risalita. Non lo è.

La notte più lunga: il rischio amputazione

Poche ore dopo l’operazione, il dolore ritorna. Più forte. Più violento. La gamba si gonfia rapidamente, i parametri peggiorano. Nemmeno dosi massicce di antidolorifici riescono a fermarlo. Tom Hackett, capo medico del Team USA Ski and Snowboard, capisce subito cosa sta succedendo: è una sindrome compartimentale, una condizione che può portare alla perdita dell’arto. La pressione interna aumenta, i tessuti rischiano di morire. 

Vonn ricorda quando ha ripreso conoscenza. “Il dottor Hackett era alla mia sinistra. Intorno a me c’erano medici e infermieri. Mi disse: ‘Non ti preoccupare, ti salverò la gamba. Ci penso io. Sto entrando in sala operatoria’”. Scatta un intervento d’urgenza. La fasciotomia salva la gamba ma lascia incisioni profonde. Le pompe drenano il sangue, la terapia intensiva diventa un limbo. Le luci sempre accese, i rumori, la lingua incomprensibile, il dolore continuo. Il recupero si trasforma in una prova mentale oltre che fisica: “Mi ci è voluto tutto l’autocontrollo possibile per non impazzire”.

La paura più grande: essere ricordata per quella caduta

Non è solo il dolore fisico a pesare. È l’idea che tutta la carriera venga riassunta in quei tredici secondi. Prima dell’incidente era prima in classifica, competitiva, pronta per l’oro. Poi la narrazione cambia.  “Non voglio che la gente si fissi su questo incidente e non voglio essere ricordata per questo. Quello che ho fatto prima delle Olimpiadi non l’aveva mai fatto nessuno. Ero prima in classifica. Nessuno si ricorda che stavo vincendo. Davvero, sento che sarebbe terribile se la mia carriera dovesse finire con quell’ultima discesa. Ho resistito solo 13 secondi. Ma sono stati 13 secondi davvero belli”. 

 

(Credits: Instagram @lindseyvonn)

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