Oggigiorno svolgere bene i propri compiti non sembra più sufficiente: l’importante è che tutti vedano che lo stai facendo.
Nel mondo aziendale questa nuova dinamica prende il nome di “lavoro rumoroso” o loud working, ovvero la pratica di dedicare tempo a sbandierare i propri traguardi invece di concentrarsi sui compiti reali.
Un fenomeno sempre più diffuso che rischia di trasformare gli uffici in palcoscenici, creando frustrazione tra i dipendenti che preferiscono lavorare in silenzio.
Ore perse ad apparire: i dati dell’indagine
Secondo un recente studio condotto dalla piattaforma aziendale Tide, i dipendenti impiegano in media 2,8 ore a settimana, pari a oltre 17 giorni lavorativi all’anno, soltanto per fare autopromozione e assicurarsi che i manager notino il loro impegno.
A nutrire questa corsa alla visibilità è spesso la sfiducia dei vertici: secondo dati Microsoft, infatti, se l’87% dei lavoratori si sente produttivo, solo il 12% dei leader ha piena fiducia nel rendimento dei propri team, generando la cosiddetta “paranoia della produttività”.
L’impatto sul benessere e le dimissioni
La pressione costante nel doversi mettere in mostra sta producendo conseguenze sul clima aziendale e sulla salute mentale dei dipendenti.
L’indagine rivela che il 27% degli intervistati ha preso in considerazione l’idea di abbandonare il proprio posto di lavoro proprio a causa dell’ambiente tossico legato al “lavoro rumoroso”, mentre quasi uno su dieci ha dichiarato di essersi già dimesso.
Quando l’attenzione dei capi premia solo chi fa più rumore, chi lavora sodo dietro le quinte finisce per sentirsi invisibile e demotivato.
(Immagini generate con IA)
