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Method dressing: quando l’abito da red carpet racconta il film

Un guardaroba studiato nei minimi dettagli per non uscire mai dal ruolo: ecco cos'è il fenomeno del “method dressing”

Vedere una star sul tappeto rosso e capire subito che film stia promuovendo è ormai la regola. Pensiamo ad Ariana Grande che per Wicked ha rivoluzionato il suo look diventando una perfetta bionda anni ’50, al “lutto” di Millie Bobby Brown per Stranger Things o al cast di Odissea di Nolan vestito da divinità classiche. 

 

 

Persino Timothée Chalamet si è legato a un colore così preciso, l’arancione, per lanciare il Marty Supreme, mentre Meryl Streep e Anne Hathaway hanno studiato ogni singolo look per Il Diavolo Veste Prada 2.

 

 

 

L’origine del “method dressing” spiegata

Come chiarisce un articolo di Amica, tutto questo ha un nome preciso: method dressing. Il concetto riprende il method acting teatrale, ma invece dell’immedesimazione psicologica usa l’abito

Lo stylist studia un guardaroba su misura affinché l’attore non esca dal ruolo nemmeno fuori dal set.

La pratica non è nuova: già Marlene Dietrich negli anni ’30 vestiva androgina per riflettere le sue eroine. Negli anni si sono viste le scarpette di cristallo di Lily James per Cenerentola, i corsetti di Cime Tempestose e i toni rosa di Margot Robbie per Barbie e le armature robotiche di Zendaya per Dune.

 

 

Il ruolo di Law Roach, lo stylist di Zendaya

Se oggi questo approccio è diventato virale il merito è soprattutto di Law Roach, stylist di Zendaya, che però nega di aver scoperto l’acqua calda: “Trent’anni fa una delle mie attrici preferite, Glenn Close, si vestiva come Crudelia De Mon per promuovere La carica dei 101 – ha detto in un’intervista – Quindi no, non l’ho inventato io, ma credo di essere la regina in questo campo”.

 

 

Un’operazione visiva complessa, pensata per mantenere riconoscibile l’identità del film attraverso decine di tappe e cambi d’abito in tutto il mondo.

 

 

 

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