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02 Gennaio 2026
Redazione 105
Con l’arrivo del nuovo anno, torna puntuale uno dei rituali più diffusi e resistenti: la lista dei buoni propositi. Cambiano i contesti storici e sociali, ma l’idea resta la stessa. Il primo gennaio diventa una soglia simbolica, un momento di passaggio che invita a guardarsi indietro e, allo stesso tempo, a immaginare una versione migliore di sé. Non si tratta solo di ottimismo: è il bisogno umano di segnare una pausa, di dare un senso al tempo che scorre e di attribuire al calendario il potere di una ripartenza.
I dati più recenti raccontano che i buoni propositi del 2026 non si limitano alla forma fisica. In cima alle preferenze c’è il desiderio di trascorrere più tempo con famiglia e amici, segnale di una crescente attenzione alle relazioni personali, spesso sacrificate dai ritmi quotidiani. Subito dopo emerge l’obiettivo di muoversi di più, seguito dalla cura di sé, intesa come benessere complessivo: corpo, mente e qualità della vita. A questi si affiancano propositi legati alla riduzione dell’uso dello smartphone e alla ricerca di un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata, temi sempre più centrali soprattutto tra giovani e famiglie.
La fragilità dei buoni propositi non è un mistero. Spesso sono formulati in modo vago, troppo ambizioso o scollegato dalla realtà quotidiana. Dire “cambierò stile di vita” è potente sul piano emotivo, ma difficile da tradurre in azioni concrete. Quando l’entusiasmo iniziale si scontra con la routine, la motivazione si affievolisce e molti obiettivi vengono accantonati già dopo poche settimane.
Eppure, anche quando non vengono mantenuti, i buoni propositi non sono inutili. Il loro vero significato sta nel momento di riflessione che innescano. Fermarsi a chiedersi cosa si vuole migliorare equivale a esercitare consapevolezza. Anche un tentativo incompiuto può lasciare tracce: una maggiore attenzione, una scelta diversa, un piccolo cambiamento che sopravvive alla lista.
Fare una lista di obiettivi è anche un modo per riaffermare il controllo sulla propria vita in un mondo percepito come instabile. Promettersi qualcosa significa proiettarsi nel futuro e sentirsi parte attiva del cambiamento. Inoltre la dimensione collettiva rafforza il rito: condividere i propositi, a tavola o sui social, crea un senso di appartenenza e rende il cambiamento più credibile.
Forse il segreto è smettere di considerare il Capodanno come l’unico momento legittimo per iniziare. I buoni propositi funzionano meglio quando diventano piccoli passi, distribuiti nel tempo. Il desiderio di migliorare non appartiene a una data: il primo gennaio lo ricorda, ma ogni giorno può essere quello giusto.