Non solo sci di fondo, biathlon e slittino. A Milano-Cortina 2026 c’è un gesto silenzioso che si ripete tra spogliatoi e villaggio olimpico: quello delle mani che intrecciano lana. Il lavoro a maglia è infatti diventato il rituale inatteso di questa edizione dei Giochi invernali, una pratica lontana dall’immaginario muscolare dell’agonismo ma sorprendentemente efficace nella gestione della pressione.
Sui social i video si moltiplicano: atleti concentrati, cuffie nelle orecchie, gomitoli accanto agli sci. La chiamano knitting therapy, un modo per scaricare l’ansia attraverso movimenti ripetitivi e controllati che aiutano a stabilizzare il ritmo interiore prima o dopo una gara.
Il knitting come allenamento per il biathlon
Tra i protagonisti c’è il biatleta canadese Adam Runnalls, che alterna fucile e ferri con naturalezza. Durante gli allenamenti pedala sulla cyclette mentre lavora a un maglione “olimpico”. Un’immagine che potrebbe sembrare insolita, ma che in realtà racconta molto della disciplina che pratica. Nel biathlon si passa infatti dallo sforzo massimo dello sci alla precisione millimetrica del tiro.
Runnalls ha spiegato di aver scoperto la maglia su suggerimento del suo allenatore come strumento per allenare concentrazione e controllo del battito. Da dicembre, tra raduni e trasferte, cappelli e maglioni hanno preso forma insieme alla preparazione atletica. E in pochi giorni i suoi follower sono cresciuti esponenzialmente, segno che l’idea ha colpito nel segno.
Tantissimi gli atleti che lavorano a maglia
Non è un caso isolato. Anche lo statunitense Ben Ogden, argento nella sprint in Val di Fiemme – primo americano sul podio dopo Bill Koch nel 1976 – ha raccontato di rifugiarsi nella lana per ritrovare equilibrio dopo l’adrenalina della gara. Niente playlist motivazionali o serie tv: il suo antidoto è un progetto ai ferri, tra maglioni completati e guanti ispirati a Giovanna d’Arco.
Accanto a loro, altri atleti come la slittinista canadese Embyr-Lee Susko o i biatleti Maxime Germain e Jasper Fleming hanno trasformato il lavoro a maglia in una presenza costante dietro le quinte olimpiche. L’idea che un atleta olimpico possa trovare stabilità nella manualità lenta e ripetitiva scardina stereotipi duri a morire. Eppure il successo di questa pratica dimostra che la preparazione non è solo fisica. È anche mentale.
(Credits: Instagram @ben0gden e @aadamrunnalls)
