Per alcune persone stare bene può diventare sorprendentemente difficile. Non perché desiderino davvero soffrire, ma perché anni di delusioni, autocritica o conflitti possono rendere l’infelicità un territorio emotivo conosciuto. Al contrario, un periodo sereno può sembrare quasi sospetto, come se qualcosa dovesse inevitabilmente andare storto.
È il meccanismo descritto a VICE dalla terapeuta Brittany Polansky, Assistant Clinical Director di First Step Behavioral Health. Non si tratta di una vera “dipendenza dall’infelicità” in senso clinico, ma di uno schema emotivo che può diventare familiare.
Perché l’infelicità può sembrare più sicura
Secondo Polansky, ciò che conosciamo bene non è necessariamente ciò che ci fa stare meglio. Chi è abituato ad aspettarsi delusioni può iniziare a usare il pessimismo come forma di protezione: se non ci si concede troppe speranze, si immagina di soffrire meno nel caso qualcosa finisca male.
Il problema è che questa strategia può avere anche l’effetto opposto. Cercare di proteggersi dalla delusione significa rischiare di tenere a distanza anche gioia, serenità e relazioni positive.
Per questo, quando finalmente arriva qualcosa di bello, può comparire l’ansia. Avere qualcosa da perdere rende infatti necessario accettare una certa dose di incertezza.
La felicità richiede vulnerabilità
Accogliere un periodo positivo significa anche riconoscere che potrebbe non durare per sempre. Ed è proprio qui che entra in gioco la vulnerabilità.
Alcune persone cercano di difendersi anticipando mentalmente la fine di una relazione o prendendo le distanze prima che qualcosa accada davvero. È un modo per mantenere una sensazione di controllo, ma può diventare limitante.
Il punto, quindi, non è scegliere l’infelicità. È capire quando aspettarsi sempre il peggio è diventato il modo più familiare di sentirsi protetti. Riconoscere questo schema può essere il primo passo per lasciare più spazio anche alle esperienze positive.
(Immagini generate con IA)
