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Sal Da Vinci: “Ho fatto tanta gavetta e tante porte chiuse”

Un’intervista intensa che svela il lato più umano del cantante tra gavetta, famiglia e amore

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Nello studio di Belve, Sal Da Vinci si presenta senza costruzioni e senza maschere. Alterna ironia e profondità, battute in dialetto e riflessioni intime, lasciando emergere il ritratto di un uomo che ha attraversato decenni di spettacolo senza perdere il legame con le proprie radici.

Alla classica domanda di Francesca Fagnani su che belva si sente, il cantante risponde con spontaneità: “Non sono violento, non sono aggressivo, un essere selvatico. Mi sento più un cane meticcio, un lupo vah. Quando ero giovane, si può dire che uscivo e andavo nel bosco per portare avanti la mia famiglia, ma non capobranco, più lupo solitario. Sono il capo di me stesso”.

 

La gavetta, le porte chiuse e il peso del cognome

Dietro il sorriso di Sal Da Vinci c’è una storia fatta di sacrifici, lavoro precoce e ostacoli superati uno alla volta. L’artista racconta senza filtri quanto sia stato difficile arrivare al successo: “Ho faticato tanto. Tutto sommato ho più realizzato che vinto, la vita non è una gara”. Il cantante riflette anche sul rapporto con il tempo e sul successo arrivato dopo tanti anni di gavetta: “Arrivato tardi? Non lo so, forse quando doveva arrivare. Il disegno del mio destino. Ho fatto tanta gavetta, tanti vaffa e tante porte chiuse ma come tutti. Chi nella vita vuole di più deve superare ostacoli. Quando vieni da lì ti ricordi sempre da dove sei partito, non ti ubriachi di successo”.

 

Il padre: il peso del cognome e il dolore per la sua perdita 

Il riferimento al padre è costante. Fu proprio lui, nel 1976, a consegnargli il nome d’arte che ancora oggi porta con orgoglio. Un’eredità artistica e umana che Sal continua a difendere con forza: “Nel ’76, la prima volta che sono salito sul palco, papà mi ha donato il suo nome d’arte. Non sono permaloso e sto al gioco ma non mi devono mai mancare di rispetto”.

Il ricordo più doloroso resta quello legato al padre e ai momenti difficili vissuti dalla famiglia: “Il momento più brutto? Quando a papà si chiudevano le porte e nessuno, neanche quelli che aveva aiutato in passato, gli hanno teso la mano. Sono le stesse persone che poi sono venute da me nel camerino chiamandomi maestro, gli ho sorriso”.

Poi arriva la confessione più toccante: “Quando papà è venuto a mancare ho fatto fatica a metabolizzare”. E infine il desiderio che custodisce ancora oggi: “Se potessi far tornare in vita qualcuno? Sicuramente lui. Gli direi grazie per tutto quello che ha fatto, per l’amore che mi ha dato e per avermi concesso di fare questo mestiere”.

 

I sacrifici dell’infanzia

Sal Da Vinci racconta un’infanzia diversa da quella dei suoi coetanei, trascorsa tra teatri, feste e matrimoni: “La mia infanzia è stata particolare, ho iniziato a lavorare che avevo sette anni. Entravo a teatro a ora di pranzo e uscivo alle 2 notte. Il giorno dopo andavo a scuola. Oggi sarebbe una cosa impensabile. Mi è mancato giocare con i miei coetanei”. Anche gli studi furono sacrificati per il lavoro, ma anni dopo riuscì comunque a diplomarsi: “Ho sacrificato gli studi ma mi sono diplomato a 40 anni”.

 

Tradimenti e confessioni intime

Nella parte finale dell’intervista emerge il lato più personale del cantante. Sal Da Vinci parla della moglie, dei figli e dei rimpianti legati alla vita privata. Sul tema dei tradimenti sceglie prima la battuta: “Tradimenti? Lei non mi ha mai detto niente, io non le ho mai detto niente… stiamo giocando!”. Poi torna serio: “Tutti possono scivolare, ma abbiamo sempre recuperato”. Non mancano momenti ironici e spiazzanti, come quando Francesca Fagnani affronta il tema dei sogni erotici. Sal arrossisce e ribalta la domanda: “Sogni erotici? Non lo posso dire… a lei non capita?”.

 

 

(Credits: Getty Images)

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