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Sindone di Torino: uno studio sul DNA svela nuovi segreti
La Sindone non è solo una reliquia, ma un archivio storico del mondo
2 Aprile 2026
Il mistero della Sindone di Torino non si osserva più solo a occhio nudo, ma attraverso la lente della metagenomica.
Un nuovo studio coordinato da Gianni Barcaccia e apparso su bioRxiv rivela come il celebre lino si sia comportato nei secoli come una vera spugna biologica, imprigionando tra le sue fibre un deposito genetico stratificato e caotico.
Questa superficie ha assorbito polvere, residui di pelle, spore e frammenti di esistenze umane e ambientali, trasformandosi in un archivio materiale incredibilmente denso.
Il DNA della Sindone tra contaminazione e storia
Proprio questa sovrabbondanza biologica rende difficile, se non impossibile, isolare un DNA originario tra le trame del lino.
La stratificazione di polline e residui conferma quanto sia complicato risalire a un unico proprietario iniziale, lasciando intatto il valore della datazione al radiocarbonio del 1989, che collocava il tessuto tra il 1260 e il 1390.
Eppure, tra queste contaminazioni si nascondono indizi geografici potenti: le analisi hanno rilevato corallo rosso mediterraneo, tracce di colture come mais e banane, oltre al DNA di animali domestici e microrganismi tipici di ambienti salini.
Le rotte d’Oriente impresse nelle fibre
Particolarmente affascinante è il legame con l’Oriente: i ricercatori hanno individuato l’aplogruppo mitocondriale H33, tipico delle comunità druse nel Levante, insieme a lignaggi indiani che suggeriscono come il filato stesso possa essere frutto di antichi traffici tra l’India e il Mediterraneo.
Già nel 2015 erano emersi profili genetici compatibili con spostamenti tra la Penisola Arabica e l’Europa.
La Sindone somiglia meno a una reliquia isolata e molto più a un oggetto che, nel passare di mano in mano, ha raccolto la polvere di millenni, caricando il suo segreto di una realtà molto più concreta e “sporca” di Storia.
(Credits: Giuseppe Enrie 1931 Public domain da Wikimedia Commons)