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Tredici Pietro a Sanremo 2026: “Il mio pezzo parla di vulnerabilità”

Tutte le emozioni del cantante al debutto all’Ariston

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Per Tredici Pietro, Sanremo 2026 non è soltanto una gara: è un passaggio simbolico. Dopo anni trascorsi a costruirsi un’identità lontana dal peso del cognome Morandi, il rapper classe 1997 arriva all’Ariston con una consapevolezza diversa. Il suo percorso, culminato con l’album Non guardare giù e la collaborazione con Fabri Fibra in Che gusto c’è, lo ha portato a conquistare spazio nel rap italiano senza scorciatoie familiari. Ora, però, la sfida è un’altra: raccontare la fragilità davanti al pubblico più ampio possibile.

“Uomo che cade”: un manifesto contro la perfezione

Il brano scelto per il Festival si intitola Uomo che cade e mette al centro un tema controcorrente: la fallibilità. In un’intervista a Vanity Fair spiega che il brano “ha la pretesa di dire che la fallibilità deve essere messa al centro rispetto allo stato performativo in cui ci troviamo sempre. Solo l’Ai non ha riposo. Gli esseri umani devono riposare e poter sbagliare”.

E ancora: “È inevitabile cadere, sbagliare e sentirsi “falliti” se si persegue la strada. È solo la passività che non ti fa sbagliare. Se provi a fare qualcosa sbaglierai. Pensavo di voler cogliere un aspetto di tutti, soprattutto di noi giovani che ci dobbiamo confrontare con fisici spaziali, barche lunghissime, che appartengono sempre agli altri” un aspetto che ben conosce: “Dai miei 29 anni ho visto la depressione e la sofferenza”.

Basta con la cultura della performance continua 

Parole che suonano come una presa di posizione netta contro la cultura della performance continua. Non un inno generazionale, ma un discorso personale che diventa collettivo: “La parola fallito in sé poi ha dentro di sé questo carico negativo, il fatto che tu non sei adeguato. Invece nessuno non ha mai sbagliato, nessuno non ha fatto niente da solo, e siamo tutti uomini che cadono. Uomini o donne che siano, umani che cadono”. Ma subito precisa di non essere un portabandiera della sua generazione: “Non mi sento il rappresentante di niente. Autodefinirmi mi viene difficile”.

La cover di “Vita” e il rapporto con il padre

Nella serata dei duetti, Tredici Pietro sceglie Vita, storico brano di Lucio Dalla e Gianni Morandi, accompagnato da Galeffi, Fudasca e la sua band. “È il brano a cui sono più legato della discografia di questi due signori grandi, caso vuole che uno sia mio babbo”. 

Una scelta che segna un cambio di prospettiva. “Io ho sempre cercato di stare lontano da quell’orbita, perché poteva diventare la cosa principale: ora ho deciso di abbracciare invece quella parte di me. Ho voglia di celebrare un padre e la sua canzone. Penso che sia bello onorare le mie radici. Con la mia band, proprio perché dopo le radici c’è da costruire. Sono stato annunciato in tv e 20 secondi dopo riflettevo già alla cover e ho pensato subito a mio papà”. E su Dalla aggiunge: “Purtroppo non ho ricordi di Lucio, se non dei racconti di mio babbo. Ma in casa mia Dalla viene prima di tutti gli altri, prima c’è lui e poi Beethoven”.

 

(Credits: Instagram @tredicipietrotredici)

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