La storia personale di Vasco Rossi affonda le radici in un’infanzia segnata da isolamento, bullismo e senso di inadeguatezza. Cresciuto a Zocca, il rocker ha spesso raccontato quanto il sentirsi diverso abbia inciso sulla sua formazione emotiva. A pesare non erano solo la corporatura minuta o l’età, ma anche l’origine geografica, vissuta come un marchio di inferiorità.
In un’intervista a Repubblica ha spiegato: “Io da piccolo ero stato bullizzato dal punto di vista fisico, come succedeva a tutti quelli più piccoli per taglia e per età, perché io avevo fatto la primina”. Poi ha aggiunto: “Anche dal punto di vista psicologico quando sono andato a studiare a Modena, che per me era una città perché io venivo dai monti. E negli anni Sessanta, quando dicevi che venivi da Zocca, la gente ti guardava male, ci si vergognava quasi. Era una cosa che non si diceva volentieri, perché ti sentivi come se fossi di serie B”.
Il teatro come rifugio e spazio di libertà
Da quell’esperienza di chiusura nasce oggi il progetto di teatro sperimentale che Vasco ha voluto riportare nel suo paese natale. Non un’accademia tradizionale, ma un laboratorio emotivo e creativo, lontano da schemi e giudizi. Come ha chiarito: “Non tanto per imparare a recitare o diventare attore. Quello che facciamo è più bello e nasce da un’esperienza che è stata molto importante per me”. Per il giovane Vasco, il teatro era una via di fuga, un luogo dove poter finalmente esprimere se stesso senza paura.
L’urlo che cambia tutto
Tra i ricordi più vividi c’è quello legato a una recita scolastica, quando un uomo di nome Alvarez mise alla prova i ragazzi con un comando semplice e spiazzante: “Urla!”. Vasco non si trattenne, dando voce a tutta la tensione accumulata: “Sono rimasti tutti a bocca aperta”. Da quel momento, la sperimentazione teatrale divenne una passione autentica. Ne è testimonianza un frammento di uno dei primi testi messi in scena: “Che fai tu Giuda Iscariota che pendi dall’albero? Sei vivo? Il tuo favoloso sogno di ascesa, ti rende più umano del più umano di noi”.
La scrittura
La scrittura accompagna Vasco fin da ragazzo, come dimostra un testo conservato negli anni: “Mi sono fatto un bozzolo della mia solitudine amara, un bozzolo d’oro e di cristallo. Per starci bene. E di liquido fetale mi circondo… galleggio… e respiro delle mie branchie diventate di amarezza folle e sublime”. Parole che oggi riconosce come profetiche. Lo stesso accade con molte delle sue canzoni, nate da un flusso istintivo: “Molte delle canzoni che ho composto le ho capite molto tempo dopo. Quando si scrive si è in viaggio in un mondo diverso dalla razionalità, per cui vengono fuori delle cose particolari. Ho quasi sempre scritto pensieri che dopo si sono avverati”.
Il collegio
Infine Vasco ha ricordato l’esperienza nel collegio dei Salesiani. “Lì mi sono chiuso completamente, proprio come in un bozzolo: non ho mai comunicato con nessuno per tutto il tempo o quasi. Avevo solo due amici, uno era anche lui di Zocca e avevamo combinato un guaio: compravamo quelle riviste porno che si trovavano ai tempi e poi le attaccavamo come manifesti sui muri del collegio, in alto, nei posti più visibili con la scritta: ‘Kazzik colpisce ancora’”.
Peccato che quel passatempo durò poco ed ebbe notevoli conseguenze: “Fecero un’ispezione e trovarono uno scritto nel foglio del mio amico Moreno Diamanti dove c’era anche la mia calligrafia. Lui fu cacciato immediatamente: era tutto contento. Il giorno dopo dissero anche a me: ‘Devi andare a prendere il materasso perché ti hanno buttato fuori anche te’”.
