2 Maggio 2024
Costretto a guardare foto porno al lavoro
Un dipendente dell’azienda del trasporto pubblico di Milano, la ATM, ha denunciato i propri colleghi per esposizione di immagini di donne in posa sexy, discorsi volgari, allusioni discriminatorie in quanto gay, e un luogo di lavoro nel complesso inaccettabile per garantire l’integrità fisica e morale dei dipendenti.
Secondo il dipendente in questione, da poco assunto a tempo indeterminato come tecnico, gli episodi non erano isolati bensì ripetitivi: “i colleghi parlavano sempre e solo di sesso”, adottavano “comportamenti degradanti, dalle 14 in poi si parlava soltanto di f***, mostravano porno e commentavano le poche donne che c’erano in officina, dicendo frasi come me la farei, per poi mettermi alla gogna chiedendomi: e tu, te la faresti? Io avevo paura di essere giudicato e all’inizio fingevo di ridere, ma dentro di me piangevo. Correvo in bagno e piangevo”.
Dopo le sue lamentele e rimostranze, ATM aveva diffuso un comunicato interno con cui il direttore del personale vietava all’improvviso l’esposizione di immagini porno nelle stazioni della metropolitana, negli uffici e nei depositi, e così le foto a cui faceva riferimento il giovane tecnico sono state rimosse immediatamente.
Ma la vicenda è finita in Tribunale proprio per la condotta inappropriata dei colleghi, condotta oggi severamente punita anche dal Codice delle Pari Opportunità tra uomo e donna che trasferisce la responsabilità del danno subito all’azienda: in poche parole un’azienda è tenuta ad assicurare condizioni di lavoro tali da garantire l’integrità fisica e morale e la dignità dei lavoratori, anche concordando le iniziative più opportune al fine di prevenire il fenomeno delle molestie sessuali sul luogo di lavoro.
ATM, di fronte al giudice, non ha smentito la presenza dei poster e del materiale porno, tanto che ne è stata imposta la rimozione con il comunicato interno, ma ha negato l’esistenza di condotte vessatorie e discriminatorie dei confronti del dipendente.
Il Tribunale di Milano ha dato ragione ad ATM, respingendo quindi la richiesta del dipendente che, come risarcimento, aveva chiesto tramite il suo avvocato circa 290mila euro.
La giudice della sezione Lavoro assegnataria del procedimento stabilisce infatti una differenza tra linguaggio volgare tra colleghi e intento vessatorio; si può ipotizzare quindi che le conversazioni avessero sfondo sessuale, ma non può desumersi che venissero poste in essere sistematiche condotte finalizzate a deridere o a mettere in difficoltà il dipendente in relazione al suo orientamento sessuale.
Le stesse immagini rimosse, secondo la giudice, pur essendo oggettivamente volgari e offensive per la dignità delle donne, non sono idonee a fondare la responsabilità dell’azienda, anche perché non trattandosi di una piccola officina bensì di un grande reparto dove vengono riparati i vagoni del metrò, solo alcune immagini si trovavano effettivamente vicino all’armadietto del dipendente.
L’avvocato del dipendente ha annunciato che farà ricorso in appello: “è una sentenza che enuncia principi regressivi – sostiene il legale Domenico Tambasco – che vanno in totale controtendenza rispetto allo stesso orientamento del Tribunale di Milano, che è sempre stato fino a oggi all’avanguardia nella tutela dei diritti civili, anche sul posto di lavoro. Per nulla condivisibile, in particolare, è la tesi per cui l’incidenza molesta delle immagini a sfondo sessuale sul posto di lavoro sarebbe inversamente proporzionale alla grandezza degli ambienti in cui sono collocate. Così come l’ammissione di conversazioni o battute a sfondo sessuale, solo perché all’interno di un’officina: come se si trattasse di un ambiente lavorativo a sé, una sorta di zona franca”.