Maggio 2022, un funzionario della magistratura del Tribunale di Catania si imbatte in alcune bottigliette contenenti un liquido giallastro mentre stata effettuando un sopralluogo per riorganizzare i mobili di un ufficio.
Un liquido sospetto, maleodorante, distribuito in almeno una quarantina di bottigliette di plastica accumulate negli armadi dell’ufficio che ospitava alcuni funzionari tra cui un giudice.
Il Presidente del Tribunale interviene personalmente per verificare l’accaduto e trova a sua volta altre bottigliette identiche, stipate alla rinfusa, in un secondo armadio, tra libri e fascicoli.
Dopo alcune indagine e una ammissione priva di alcuna esitazione, si scopre la verità: un giudice, oggi in servizio alla Corte d’Appello di Bologna, per diverso tempo ha raccolto la propria urina in contenitori che poi ha accumulato negli armadi dell’ufficio.
Il motivo?
Secondo le memorie difensive, il giudice in periodo di pandemia, a causa del pessimo stato dei servizi igienici del palazzo di giustizia catanese e di una non meglio precisata patologia oculare che lo portava a bere più del dovuto, si è visto costretto a urinare nelle bottigliette.
Una spiegazione decisamente gracile che il CSM ha respinto senza appello, sottolinenando che in alcun caso (nemmeno una pandemia) sarebbe accettabile espletare i propri bisogni in ufficio.
Senza considerare l’accumulo delle bottigliette negli armadi, giustificato dal giudice con la difficoltà di smaltirle con tempistiche consone al ridotto spazio di un trolley con cui aveva deciso di trasportarle all’esterno.
Insomma, si potrebbe dire che la difesa fa acqua (dorata) da tutte le parti.
A peggiorare la situazione la totale mancanza di empatia nei confronti di colleghi disgustati, ai quali non avrebbe mai chiesto scusa.
Per il giudice, al quale è stato contestato un comportamento abitualmente e gravemente scorretto, oltre al mancato rispetto della dignità di altri funzionari della stanza, è stata comminata una condanna di due mesi di perdita di anzianità.
