All’inizio fu il neurochirurgo italiano Sergio Canavero ad annunciare nel 2007 l’esecuzione del primo trapianto di testa di un essere umano (intervento mai eseguito), poi la startup di bioingegneria e neuroscienze statunitense BrainBridge, aprendo di nuovo un ampio dibattito, ha diffuso un video (rivelatosi un fake) in cui mostra un sistema robotico avanzato in grado di rimuovere simultaneamente la testa di un donatore e di impiantarla sul corpo di un ricevente.
Un’operazione decisamente ingegnosa e basata su una procedura guidata dall’intelligenza artificiale che fa leva sull’utilizzo di imaging molecolare in modo da assicurare le precise connessioni del midollo spinale, dei nervi e dei vasi sanguigni.
Uno scherzo ben architettato, precisa Technology Review, in cui il divulgatore scientifico e autore del video Hashem Al-Ghaili avrebbe voluto misurare la sensibilità mediatica rispetto a una faccenda, quella del trapianto di testa, molto dibattuta.
Nonostante la pratica chirurgica sia stata a più riprese dichiarata scientificamente non risolutiva ed eticamente non praticabile, Ghaili ha voluto testare di nuovo il terreno nei confronti di quella che a suo modo di vedere rappresenterebbe una nuova frontiera della trapiantologia.
Diverse le polemiche scaturite dalla diffusione del video, prima tra tutte quella relativa alla falsa speranza generata in chi è affetto da patologie e condizioni incurabili come la paralisi, le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer o il Parkinson, e il cancro allo stadio 4, e per il quale un trapianto di testa, per quanto bizzarro, risulterebbe forse risolutivo.
A questa osservazione segue il dilemma mai risolto del limite tra etica e tecnologia (anche se qualcuno risponde che il limite è dato dallo stesso essere umano e dalla sua coscienza), ma quel che è certo è che se davvero un’applicazione neurotecnologica di questo peso come il trapianto di testa dovesse presentare più benefici che rischi, varrebbe la pena perseguirne lo sviluppo.
