19 Giugno 2024
La classifica delle città più scurrili
Quante parolacce dicono gli italiani? Moltissime, ma alcuni più di altri.
Preply, la piattaforma globale di apprendimento delle lingue, ha raccolto una serie di dati per stilare la classifica delle città dove si impreca di più e, forse senza sorpresa, sul podio per numero e qualità delle parolacce risultano le città venete e lombarde.
Al primo posto in assoluto ci sarebbe Venezia, con una media di 19 parolacce al giorno, seguita da Brescia e Padova, a pari merito con 17 imprecazioni quotidiane, e Genova, un terzo posto meritato grazie a 14 imprecazioni al dì.
Dal quarto posto in poi si sono distinte Messina, Milano, Firenze, Torino, Trieste, Roma, Modena, Catania, Bologna, Bari, Parma, Verona e Napoli; chiude come città più virtuosa delle precedenti la bella Taranto.
Attenzione, nel conteggio, precisano i curatori dell’indagine, non sono state calcolate le bestemmie ma solo le parolacce pure.
Il turpiloquio, è bene saperlo, accompagna l’uomo fin dalla notte dei tempi, basti pensare che Freud affermò che colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia, è stato il fondatore della civiltà.
In effetti da questo punto di vista una parolaccia ben assestata ha sicuramente aiutato a risolvere scontri in maniera meno cruenta, come osserva qualcuno.
Pare che la prima parolaccia apparsa scritta sia quella apparsa nella saga di Gilgamesh, il più antico poema della storia (2000 a.C.) in cui si legge che una baldracca trasforma il bruto Enkidu in un essere civilizzato, ma anche nella Bibbia il profeta Ezechiele condanna l’infedeltà di Gerusalemme definendola sgualdrina.
Un turpiloquio più scurrile è quello apparso nei geroglifici degli antichi egizi, dove il dio Sole è definito con la cappella vuota e la dea Nefti una femmina senza vulva, mentre più sofisticato è quello degli antichi greci, da cui arrivano barzellette di sottile ironia (qualcuno chiede a un noto eunuco quanti figli abbia e lui risponde: tanti quanti le mie palle…).
C’è stato del turpiloquio negli antichi romani con tanto di iscrizioni inserite in affreschi sotto gli occhi di tutti (basilica di San Clemente, il potente Sisinnio urla ai servi fili de le pute, traite!), ma anche in Plauto, Terenzio, nel buon Dante, e in Leopardi (che condiva in maniera colorita le sue missive).
Insomma, la storia è stata fatta anche dalle parolacce.