12 Agosto 2026
La maglia che potrebbe ingannare il riconoscimento facciale
Rendersi invisibili è praticamente impossibile, a meno che non siate un personaggio della Marvel o non conosciate le formule di Harry Potter, ma rendersi invisibili agli occhi dell’intelligenza artificiale è qualcosa che presto si potrà attuare.
Basterebbe, secondo Bill Swearingen, esperto americano di sicurezza informatica di esperienza ventennale, una maglietta decorata con uno strano disegno, affinché il software che analizza le immagini non si accorga della persona davanti al suo obiettivo.
Swearingen ha presentato il progetto noRecognition alla DefCon34, la conferenza di settore che si tiene a Las Vegas, sostenendo che, dopo 31milioni di prove, sia riuscito a creare dei motivi grafici capaci di confondere alcuni tra i sistemi più diffusi per l’analisi automatica delle immagini.
Ma cosa accade realmente?
I disegni, o pattern, non spengono di fatto la telecamera, né tantomeno oscurano il volto o cancellano le registrazioni; semplicemente, spiega Swearingen, mandano in tilt l’algoritmo incaricato di eliminare il filmato, o di distinguere un’auto da una persona, di far scattare un allarme o di individuare una targa.
L’occhio umano continuerebbe a vedere una maglietta, mentre quello artificiale potrebbe non riconoscere cosa ha davanti.
Il progetto non rappresenta una novità, visto che tra il 2010 e oggi ne sono stati sviluppati almeno una decina sul tema, tra cui uno anche in Italia, ma quello americano ha l’ambizione di fronteggiare sistemi di sorveglianza molto evoluti e rappresenterebbe una sorta di attacco avversario, come lo chiamano gli esperti.
Al momento non esiste prova che una persona possa sottrarsi a un sistema di riconoscimento facciale, le variabili che entrano in gioco sono diverse tra cui il tipo di telecamere, il software, la distanza, la luce, l’angolazione e così via.
Il sistema noRecognition cerca innanzitutto di impedire alla macchina di vedere la persona: in breve se il software non trova un volto, non può passare allo step successivo di confronto con una banca dati.
Si tratterebbe a tutti gli effetti una sorta di strumento di autodifesa digitale, puntualizza Swaringen, ma al momento attuale occorre molta cautela: la sua ricerca non è ancora stata pubblicata su una ricerca scientifica e nemmeno sottoposta alla valutazione di altri esperti indipendenti.