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L’arte del cazzeggio

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Adesso lo faccio… finisco una cosa poi lo faccio…

Iniziare un lavoro e procrastinare quei 10 minuti che diventano 30, fissare ipnotizzati lo scroll sui social prima di alzarsi, vestirsi e uscire, guardare dalla finestra il nulla invece di cominciare a studiare: sono tutte situazioni in cui molti di voi si riconosceranno.

L’arte del cazzeggio si raffina con il tempo, la costanza e l’esperienza, e che sia completamente da condannare, come sostengono in tanti, non è del tutto vero.

Srini Pillay, neuropsichiatra dell’Università di Harvard, ha addirittura scritto un saggio dedicato alla pratica del perdere tempo, Il potere del cazzeggio, in cui, anziché discreditare questa abitudine diffusa a ogni età, ne elogia i benefici e lo fa con rigore assolutamente scientifico.

Se è pur vero che il cazzeggio sul lavoro costa qualcosa come 600 miliardi di dollari l’anno solo per l’economia americana, è altrettanto vero, come sostiene la Pillay, che focalizzarsi su un unico oggetto alla volta non è certamente il metodo migliore per incrementare la produttività e la creatività.

Un esperimento su tutti, quello del gorilla invisibile, è piuttosto emblematico: a un gruppo di volontari viene fatto vedere un filmato in cui si gioca a basket e viene chiesto di contare i passaggi palla di una delle due squadre in campo. Alla fine del test, che apparentemente sembra piuttosto semplice, nessuno o quasi degli esaminati si è accorto che ad un certo punto un uomo mascherato da gorilla irrompe in campo.

La morale? Se siete troppo concentrati su un dettaglio, vi perdete tutto il resto.

E qui la comunità scientifica si divide in due: da un lato chi sostiene che il cazzeggio e la tendenza a rimandare un compito determini uno scarso rendimento negli studi e nel lavoro, dall’altro chi sostiene che perdere tempo guardando ad esempio sul web immagini di animali e cose piacevoli, aumenti la capacità di concludere più velocemente un computo assegnato, grazie al carico di emozioni positive.

Ciò che viene chiamato come distrazione, puntualizza la Pillay, è in realtà una condizione ben specifica del cervello per cui una rete di neuroni si attiva solo quando la mente è offline (si chiama Default Mode Network); ma è proprio in questa situazione che emergono abilità cognitive sorprendenti, che spesso sono disattivate in stato di vigilanza.

La disattenzione limitando l’attività dell’amigdala, genera un senso di calma e benessere che, oltre a permettere al cervello di riposare, stimola la corteccia verso la creatività.

Quindi d’ora in poi se qualcuno vi riprende perché anziché lavorare o studiare fissate il vuoto davanti a voi, riponete che non siete né matti né fannulloni, ma che siete nel vostro miglior processo creativo di sempre.

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