Quanto può costare una piccola disattenzione sul posto di lavoro?
Nel caso del dipendente di banca di Faenza, provincia di Ravenna, la svista si è tradotta in licenziamento e a nulla è valso il ricorso presentato dai suoi legali, perché probabilmente dietro al suo errore non c’era una vera e propria disattenzione.
Ma veniamo ai fatti: luglio 2025, il dipendente deve realizzare una presentazione in powerpoint ma non riesce ad aprire un file e chiede aiuto alla collega dell’ufficio marketing.
Le invia il file incriminato, quello per lui impossibile da aprire, e aspetta pazientemente.
La collega non solo riesce ad aprire il file, ma si accorge che non è un powerpoint bensì un video, e che video.
L’uomo in pratica ha inviato un video fatto con il cellulare in cui veniva ripresa un’altra dipendente della stessa banca in atteggiamenti più che espliciti: davvero si è trattato di una svista?
La collega del marketing non ci pensa due volte, si rivolge ai superiori che, visionato il materiale, convocano l’uomo e lo licenziano.
Perdere il posto di lavoro per una piccola seppure spiacevole disattenzione? Inaccettabile, pensa il licenziato, che impugna il provvedimento in tribunale, chiedendo non solo il reintegro in ufficio ma anche un congruo risarcimento.
Ma per il giudice Dario Bernardi del Tribunale di Ravenna quella storia della disattenzione non regge.
Nella sentenza di primo grado, dopo aver ascoltato diversi testimoni, smonta un pezzo alla volta la tesi della svista: se davvero il file era impossibile da aprire, perché l’uomo non si è rivolto all’ufficio informatico anziché a una collega del marketing con cui non aveva mai interagito?
E poi: perché dopo l’invio del video, l’uomo ha avvicinato la collega dicendole che dovevano lavorare insieme, solo loro due?
Insomma per il giudice la faccenda era piuttosto chiara: il comportamento dell’uomo si è configurato come una violazione delle regole di convivenza lavorativa previste dal codice etico aziendale e l’atteggiamento verso la collega è stato grave.
Rigettato quindi il ricorso, confermata la giusta causa del licenziamento e condannato l’uomo a 5000 euro di spese legali.
Quali che siano le motivazioni di un tale invio, ha aggiunto il giudice, non spetta a questa sede stabilirlo. Resta il fatto, grave, che un video erotico di una collega sia stato mandato a un’altra collega appena conosciuta durante un meeting aziendale.
