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Monaci fumavano marijuana per religione, condannati e poi assolti

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2022, un escursionista di passaggio tra Premilcuore e Rocca San Casciano (Appennino tosco-emiliano) avverte un forte odore di marijuana provenire da un antico eremo dell’800 che ospita due monaci.

L’escursionista allerta i Carabinieri che, giunti sul posto, si trovano davanti un’abitazione spartana, priva di gas, riscaldata solo a legna, e dove due monaci conducono una vita ascetica e isolata (almeno fino all’arrivo del tizio).

Su richiesta e senza opporre resistenza, i due monaci mostrano alle forze dell’ordine 32 piante di marijuana coltivate all’aperto, 48 grammi di erba e 4 di hashish detenute all’interno.

Denunciati, i due monaci, cittadini italiani, sono stati condannati in primo grado ma oggi la Corte d’Appello di Bologna ha ribaltato completamente la prima sentenza, accogliendo la tesi difensiva affidata all’avvocato Andrea Romagnoli.

I due imputati, che hanno sempre sostenuto che l’utilizzo della cannabis fosse legato alla pratica religiosa, sono seguaci del culto del dio Shiva, come dimostrato dall’altare votivo utilizzato per i i rituali e le offerte presente all’interno dell’abitazione, e hanno dichiarato da subito che il consumo non era finalizzato all’uso ricreativo, bensì alla preghiera.

I giudici bolognesi hanno quindi accolto la tesi difensiva e hanno fatto leva sul fatto che la coltivazione era domestica, rudimentale, priva di strumenti professionali, di sostanze da taglio o materiali per il confezionamento, oltre a elementi riconducibili allo spaccio.

I due monaci, incensurati, economicamente autosufficienti e senza alcun contatto con i circuiti illegali, di fatto fumano marijuana nel rispetto del culto del dio Shiva, in un contesto di tale isolamento che non consente loro di commettere reato.

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