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Amy Winehouse, il ricordo di 105

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105 ricorda Amy Winehouse. Sono trascorsi cinque lunghi anni da quel maledetto 23 luglio del 2011, quando la fragile Amy, un talento d’altri tempi capace di conquistare il mondo intero con due soli album, si è spenta prematuramente gettando i fan e i suoi celebri colleghi nello sconforto. Classe 1983, Amy Jade Winehouse aveva soltanto 27 anni quando è stata trovata priva di vita nel letto della sua casa in Camden Square, a Londra. Con lei, rimasta intrappolata in una fatale spirale autodistruttiva, se ne è andata una delle stelle più luminose, forse la più luminosa, del nuovo millennio, ma anche una delle anime più tormentate della scena musicale internazionale.

Quella di Amy è stata una morte annunciata, sebbene né i suoi familiari, né gli amici, né tantomeno i grandi (ex) amori della sua vita, in particolare i turbolenti Blacke Fielder-Civil, suo consorte dal 2007 al 2009, e il collega Pete Doherty, il quale dopo la scomparsa di Amy ha ammesso di aver avuto una storia con lei, hanno saputo, o forse peggio, cercato, di evitare. E la fine, sopraggiunta per una overdose da alcol, è stata tragica almeno quando per Amy lo era la fine di un amore. Lo ha ricordato il docu-film da Oscar “Amy – The girl behind the name”, cioè “Amy .- La ragazza dietro al nome”, lungometraggio dedicato dal regista Asif Kapadia all’ascesa, al genio, alla musica e alla caduta di Amy Winehouse e aspramente criticato dalla famiglia Winehouse.

Amy come Janis Joplin, Kurt Cobain, Jimi Hendrix e Jim Morrison?. La letteratura dello spettacolo esige che Amy allunghi la lista dei miti della musica arrivati alle vette più alte dello star-system e scomparsi all’età di 27 anni. E’ la cosiddetta “maledizione del rock”, una superstizione che tuttavia non cancella il fatto che genio e sregolatezza, così come l’irreversibile alternanza tra stati di euforia e di miseria esistenziale, hanno tolto la vita, complici droghe e alcol, a tanti giganti del passato. Proprio come la giovane Amy Winehouse, un’artista d’altri tempi, ma anche una ragazza fragile con una personalità a tratti indecifrabile che sapeva comunicare con chiunque attraverso la musica.

Due album di culto. Il mondo, Amy, lo ha conquistato con la sua voce, una voce “nera” paragonabile a quelle delle grandi signore del jazz come Sarah Vaughan e Dinah Washington. Nel 2003, dopo aver letteralmente stregato i boss della Island/Universal con un provino memorabile, aveva pubblicato il suo primo album Frank, allora un successo esclusivamente britannico, diventato poi, sulla scorta del successivo, trionfale, Back To Black, il primo capolavoro dell’ inimitabile Amy Winehouse, molto più di una caposcuola della corrente neo-soul/blues tanto in voga a partire da quegli anni. In poche parole, era lei l’originale. Lo aveva capito anche il mostro sacro Quincy Jones, il quale, dopo la cerimonia dei Grammy Awards, occasione in cui grazie a Rehab e alle altre hit di Back To Black una Amy quasi incredula aveva rastrellato ben cinque statuette, l’aveva scelta per interpretare il classico It’s My Party.

Testimone e protagonista indiscusso dell’età d’oro della musica nera, Jones aveva capito – prima ancora del crooner Tony Bennett, che aveva voluto duettare con lei sulle note di “Body & Soul” – che in quella ragazza inglese c’era una diva d’altri tempi, forse l’unica artista di nuova generazione capace di raccontare se stessa e la propria vita in canzoni che non invecchiano col passare del tempo.

Canzoni dal sapore retrò, ma sempre attualissime anche grazie al genio creativo di due personaggi chiave nell’ascesa della Winehouse, i produttori Salaam Remi, nome illustre dell’hiphop a stelle e strisce con un passato al fianco del compianto Tupac Shakur, e naturalmente l’eclettico Mark Ronson, che proprio come il collega americano aveva saputo esaltare la poetica di Amy scolpendo un sound urban/blues modernissimo quanto funzionale all’armonia, alla melodia e al significato di ogni singola canzone.

Un miracolo musicale, insomma, che faceva di ogni brano un racconto nel quale l’ascoltatore poteva, e può ancora oggi, immedesimarsi, scoprendosi testimone delle confessioni più intime di Amy Winehouse. Era successo con le gemme snocciolate dal primo album Frank, inclusa la virtuosistica versione jazz/reggae di Moody’s Mood (il classico di James Moody), ed è accaduto di nuovo con gli undici classici istantanei di Back To Black, dalla capricciosa Rehab a Love Is A Losing Game, una canzone perfetta, sintesi del talento di una creatura indimenticabile.

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