Negli anni ’90, il carico domestico e l’accudimento dei figli gravavano principalmente sulle madri italiane, con una media di età dei padri di 25 anni. Oggi, a quell’età, molti ancora vivono con i genitori, riflettendo un ampio divario generazionale. Secondo la Fondazione Bruno Visentini, nel 2020 questo divario è aumentato a 142 punti rispetto al 2006.
Questo divario rappresenta gli ostacoli che i giovani devono affrontare per raggiungere l’indipendenza. Nel 2011, questo “muro” era alto 1,30 metri, nel 2020 è salito a 1,42 metri. Circa il 20% dei giovani italiani, classificati come Neet (Not in Education, Employment, or Training), si trovano inattivi tra i 15 e i 29 anni.
L’età media dei nuovi padri italiani è di 35,8 anni, mentre in altri paesi europei è inferiore. Questa tendenza riflette un cambiamento culturale e economico, con il 70% dei nuovi padri italiani che rimandano la paternità oltre i 36 anni. Nel 2023, il 51% dei giovani italiani non vuole diventare genitore, attribuendo difficoltà economiche come causa principale.
L’Italia affronta una crisi demografica, con meno nascite e un invecchiamento della popolazione. Le spese per i figli sono elevate, contribuendo al ritardo nel diventare genitori. Servizi come gli asili nido e i congedi parentali sono meno sviluppati rispetto ad altri paesi europei.
L’aumento dell’età dei genitori può influenzare la fertilità e la salute del neonato, con la diminuzione della qualità dello sperma negli uomini più anziani. È necessario un cambiamento culturale e politico per sostenere le famiglie e promuovere una maternità e paternità più precoce.
