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19 Maggio 2021

Il ponte che non c’è (e che costa già parecchio)

Di quale ponte stiamo parlando? Ma di quello (inesistente) sullo stretto di Messina!

Per lui si sono consumati chilometri e chilometri di carta in progetti più o meno attuabili o avveniristici, in pareri, in valutazioni, in ipotesi più o meno fantasiose, in analisi di fattibilità più o meno realistiche e in articoli sui giornali, ma soprattutto è già costato una fortuna.

Incredibile a credersi, ma quella che doveva essere l’ottava meraviglia del mondo, che ancora non esiste, è già costato 300milioni di euro per dipendenti, gare e appalti, e altri 700milioni di euro dovrebbero aggiungersi per il contenzioso con la ex Impregilo, la società che aveva vinto il bando per la sua realizzazione durante il governo Berlusconi.

Il desiderio di collegare il continente alla Sicilia è vecchio di 2000 anni ma ancora oggi non si arriva a una soluzione condivisa all’unanimità da studiosi, sismologi e classe politica per coprire una distanza di appena 3,3 km: i terreni su cui deve sorgere presentano un’elevata sismicità, con la presenza di molte faglie e l’azione delle placche tettoniche in più direzioni, e la zona è attraversata da venti molto forti, tant’è che tra i progetti presentati per un certo periodo ce n’è stato uno relativo a un tunnel sottomarino.

I dubbi sul progetto sono invece i più disparati: meglio una campata unica (la più lunga del mondo, ovvero il doppio di quella attualmente detentrice del record e che si trova in Giappone, l’Akashi Kaikō Bridge) o due? Come arginare l’usura della salsedine, che rovina sia cemento che acciaio?

E quanto costerebbe alla fine questo ponte?

Sulla base dei progetti presentati fino a ora, tantissimo: parliamo di milioni e milioni di euro, attualmente il costo è stato stimato in una cifra che va dai 4 ai 6 miliardi di euro.

Basti considerare che l’Eurotunnel della Manica che collega Francia e Inghilterra doveva costare 3 miliardi e alla fine dei conti ne è costati ben 10.

Ogni volta con questo famigerato ponte sembra di giocare al gioco dell’oca: un ministro lancia i dadi, gli altri corrono, ma poi alla fine si ripercorre tutti uno stesso giro senza nulla di fatto, ripassando prima o poi dal via.

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