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Italiani, spesi oltre 5 miliardi di euro per curarsi lontano da casa

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Si parla ormai di migrazione sanitaria da un po’ e il fenomeno non solo non si arresta, ma aumenta, coinvolgendo ogni anno migliaia di persone che decidono di cercare cure e terapie al di fuori della loro regione di residenza.

Secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la soglia record di 5 miliardi di euro spesi.

Il fenomeno genera un considerevole flusso di pazienti che per la maggior parte dalle regioni del Sud si sposta verso quelle del Nord, con conseguente aumento di ricavi delle strutture private convenzionate.

Puglia, Calabria e Campania in particolare sono le regioni con il maggior passivo, ma recentemente si nota una crescita degli spostamenti anche tra regioni settentrionali.

In ogni caso oltre la metà delle risorse, circa 1 miliardo e 966 milioni di euro, finisce nella sanità privata convenzionata, mentre 1 miliardo e 643 milioni alle strutture pubbliche.

Circa la metà degli incassi derivanti dall’aver somministrato cure a pazienti non residenti va a 3 sole regioni, ovvero Lombardia (per il 23,2%), Emilia Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%).

I pazienti che vanno fuori regione cercano, tra i ricoveri, gli interventi ad alta complessità per il 52,4% e interventi a media o bassa complessità per il 41,1%.

Un 6,5% si sposta per interventi classificati a rischio inappropriatezza.

La situazione riguarda un tema che però non è solo sanitario.

Ogni euro che si sposta con il paziente, rappresenta infatti una ridistribuzione di risorse tra bilanci regionali, con conseguenza diretta sulla capacità di investimenti locali, sulla programmazione e sull’equilibrio dei conti in generale.

Oggi la mobilità sanitaria non è più una scelta come poteva essere un tempo, bensì spesso è una necessità che mina l’uniformità del diritto alla salute su tutto il territorio nazionale.

 

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