Con le bare low cost made in China, anche il settore funebre viene travolto dalla concorrenza.
Impensabile, fino a poco tempo fa, pensare che un mercato senza fine come quello delle casse da morto potesse subire scossoni con l’andamento del mercato, eppure in 5 anni un quarto dei fabbricanti europei di bare ha chiuso la saracinesca, schiacciato dai prezzi cinesi.
Dopo le auto, i pannelli solari e l’elettronica di consumo, la Cina avanza inesorabile anche nell’industria delle bare con prezzi stracciati e una qualità non proprio ineccepibile.
Un dossier arrivato a Bruxelles, ad esempio, pone l’accento sui rischi per la salute e l’ambiente: nei cicli di lavorazione cinesi verrebbero utilizzate vernici tossiche vietate in Europa che, durante i processi di cremazione, rilasciano sostanze cancerogene nell’atmosfera.
E come fanno a varcare i confini europei e i rigidi controlli doganali?
Pare che vi sia un escamotage a pesare sulle importazioni, in particolare per il mercato italiano, che è stato ribattezzato scappatoia Ikea.
Molte bare verrebbero spedite completamente smontate, dichiarate quindi alla dogana come banali pannelli di legno con codici merceologici generici legati all’arredamento, per poi essere assemblate una volta su territorio nazionale e vendute come prodotti finiti.
Secondo i dati a disposizione, produrre una bara costa 260 euro in Italia contro gli 80 euro in Cina, fatto che consentirebbe di mettere sul mercato una bara cinese a un prezzo compreso tra i 100 e i 110 euro.
I produttori europei ovviamente stanno facendo fronte comune per fermare questo fenomeno e perché la Commissione possa avviare misure restrittive o tariffe protettive, spetterà proprio a loro documentare formalmente l’esistenza del danno economico e il legame con la Cina.
