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Le parolacce consentite dalla Legge

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Quali parolacce possono essere pronunciate senza costituire un reato?

Quando una parola può essere considerata un’offesa e qual è il confine tra opinione personale e vero e proprio insulto?

Queste tematiche sono diventate molto attuali dopo la recente sentenza del Giudice di Milano che ha prosciolto Selvaggia Lucarelli dall’accusa di avere diffamato Fedez chiamandolo “bimbominkia”.

Partendo proprio da questa vicenda, si è arrivati alla conclusione che il contesto nel quale certe parole vengono pronunciate è fondamentale.

In passato, per fare un esempio concreto, è capitato che la Cassazione abbia stabilito come in particolari circostanze non fosse reato rivolgere a qualcuno un “vaffan….” o definirlo un “coglio..”.

In questo ultimo caso il termine non è da considerarsi un’offesa se inteso come sinonimo di persona sprovveduta, mentre nel caso del vaffa si è deciso che il termine è un’espressione ormai in uso nel linguaggio comune, un po’ come caxxate o il più morigerato rompipalle (che se usato per definire un seccatore, può essere considerato offesa).

Il consiglio degli avvocati è comunque quello di evitare di addentrarsi nella possibilità di essere fraintesi e di utilizzare per quanto possibile un linguaggio consono, adeguato e rispettoso per gli altri.

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