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18 Giugno 2020

Scacciare così la solitudine

Quando si accoglie in casa un cane, la prima cosa a cui si pensa (o si dovrebbe pensare) è la sua gestione quotidiana: quanto tempo gli potremo dedicare? Dovrà passare del tempo da solo: quanto e dove?

Il cane, non dimentichiamolo, è un animale sociale e ama la compagnia, principalmente quella del suo umano.

Oggi cominciano a vedersi posti di lavoro dove è consentito portare con sé il proprio cane, ma se consideriamo supermercati (in alcuni forniscono un carrello speciale dove “stivare” il peloso che ci può accompagnare durante la spesa, ma solo se è di taglia piccola), ristoranti e negozi, i nostri amici sono automaticamente esclusi; va poi detto che noi umani a volte abbiamo anche la necessità di fare cose da soli o con altri umani, come andare al cinema, in un pub, a un incontro a casa di amici, o molto più banalmente effettuare una visita medica.

Insomma: prima o poi quel cordone ombelicale che costruiamo con il nostro peloso, va tagliato.

Premessa: esistono soggetti particolarmente morbosi e molto attaccati al proprio umano, specialmente in razze come i molossoidi, i dobermann, i cani da pastore e i boxer, e altri che invece non mostrano alcun disagio a rimanere in casa da soli anche per giornate intere, come ad esempio gli husky.

Per alcuni dei primi citati, è possibile risolvere il problema della solitudine inserendo un altro compagno nella famiglia, generalmente un altro cane o un criceto o un coniglio: cani come i pastori, per dire, hanno un bisogno atavico di prendersi cura di qualcuno, così in assenza dell’umano possono occuparsi dell’altro componente del branco.

Ovviamente questo non vale per tutti gli esemplari: ci sono infatti pelosi che non vogliono nemmeno vederlo in cartolina un altro cane (o un criceto) e altri che, pur avendo e amando un simile, devono avere l’umano a breve distanza (e comunque sempre a vista).

Ma cosa succede esattamente se ci assentiamo e il peloso rimane da solo?

Beh, il finimondo: guaiti, ululati (esiste un tipo di ululato detto dell’abbandono che è davvero straziante), dispetti più o meno gravi (una volta un cane chiuso in bagno decise di mangiarsi il piatto della doccia) e più o meno pericolosi (un altro si buttò contro i vetri della finestra frantumandoli e ferendosi gravemente).

Per evitare queste tragedie è bene abituare il cane fin da cucciolo alla nostra assenza, inizialmente per pochi minuti, fino ad arrivare a periodi più lunghi; ogni volta che il piccolo cessa di lamentarsi e di piangere, dovremmo aprire la porta, premiarlo e riprendere l’esercizio il giorno successivo. Questo serve a inculcare al peloso l’assoluta certezza che noi rientreremo sempre da lui e che non lo abbandoneremo mai.

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