3 Aprile 2026
Social, multe per omessa rimozione di commenti offensivi altrui
A chi non è mai capitato di trovare sotto a un proprio post, sulla propria pagina social, un commento scomodo e offensivo?
Con la vicenda Butera, il giornalista italiano condannato a pagare 33mila euro per non aver cancellato gli insulti scritti da terzi sotto a un suo post, si sta configurando un precedente legale che potrebbe procurare infiniti guai anche ad altri utenti.
Nonostante la faccenda sia per molti aspetti paradossale, i giudici hanno stabilito che l’illecito fosse non tanto negli autori dei commenti, bensì nell’omessa rimozione da parte del proprietario del profilo.
Insomma: non importa chi ha scritto le offese o presunte tali, se il titolare della pagina su cui sono apparse non le cancella, la responsabilità (e il conto da pagare) è a suo carico.
La questione è molto più complessa di quel che sembra e la spiega bene l’organizzazione internazionale ARTICLE 19 che ha lanciato l’allarme: i tribunali stanno considerando i privati cittadini come se fossero grandi multinazionali del web, senza tuttavia che gli stessi dispongano degli algoritmi e degli uffici legali per gestire e moderare i commenti.
È palese infatti che un utente comune non possa monitorare la propria bacheca 24 ore su 24 e che soprattutto non possegga la preparazione sufficiente per stabilire se un commento rientri nel diritto di critica o sia configurabile come diffamazione.
Secondo ARTICLE 19 (che prende il nome dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani) potrebbe addirittura succedere che soggetti malintenzionati inseriscano appositamente dei commenti pesanti e ingiuriosi sotto il post di persone come cronisti, attivisti o cittadini scomodi, con il solo scopo di danneggiarli economicamente e di esporli a querele.
Ma attenzione al passo successivo: questo fenomeno porta a conseguenze ben peggiori in ambito di libertà di espressione, ovvero all’autocensura.
Cosa succederà infatti? Sempre più utenti, con il terrore di trovarsi in una situazione di questo tipo e quindi di dover pagare a caro prezzo l’intrusione altrui sulla propria pagina, potrebbe decidere di chiudere i commenti o smettere di pubblicare contenuti.
Nel caso della sentenza Butera si configurano tre punti cruciali: il primo riguarda il fatto che nessuno ha mai segnalato o chiesto a Butera di cancellare i commenti, nonostante esistano strumenti di segnalazione immediata e diretta nei confronti dei giornalisti.
Secondariamente gli autori dei commenti non sono mai stati perseguiti nonostante fossero identificabili, e terzo (attenzione) se il titolare di una pagina o di un account privato decidesse di eliminare commenti che ritiene non debbano essere on line, rischierebbe di eliminare una prova necessaria a chi si ritiene diffamato!
Insomma, questo sembra essere un vero labirinto giuridico senza via d’uscita.