“La vita è troppo breve e preziosa per sprecarla a lavorare full-time”. La scelta di vita di Mohit Satyanand!

Vivere per non avere rimpianti. Godersi tutti i momenti più preziosi. Dedicare tempo agli amici. Perché il tempo più prezioso è quello che non calcoliamo. Ecco la storia di Mohit Satyanand.

“La vita è troppo breve e preziosa per sprecarla a lavorare full-time”. La scelta di vita di Mohit Satyanand!

In questa corsa che è la vita capita a volte di fermarsi a riflettere su se stessi. In questi rari momenti ci chiediamo chi siamo, chi eravamo e chi siamo diventati. Ci interroghiamo sulla direzione che abbiamo preso e pensiamo se è veramente quella che avevamo nei nostri progetti. Ma il dubbio più grande che ci attanaglia è questo: sto davvero scegliendo io per la mia vita? Sto vivendo una vita senza rimpianti?

Oggi vogliamo raccontarvi la storia di Mohit Satyanand, un uomo indiano che ha deciso di vivere la sua vita scegliendo per sé, per non avere rimpianti. Una storia che ha raccontato lui stesso in prima persona su Quartz.

In montagna, uno spazio senza tempo

Mohit viveva una vita normale a Delhi, in India. Lavorava full-time e divideva il tempo rimanente tra la fidanzata, qualche svago e gli amici. Dopo il matrimonio, avvenne qualcosa di rivelatorio. La sua luna di miele fu un anno trascorso alle pendici dell’Himalaya, a Kumaon, dove lui e sua moglie avevano un cottage di pietra. Lì vissero un tempo senza tempo, in un mondo che sembrava lontano, immaginario, irreale, tanto si sentivano in pace con loro stessi. Avevano raggiunto uno stato di grazia. Quel mondo era reale e poteva essere il loro mondo. Così un giorno la moglie di Mohit si chiese: “Dobbiamo per forza tornare indietro?”.

Non lo fecero. Non tornarono indietro, ma rimasero in quello spazio senza tempo per 6 anni.

«Abbiamo trascorso sei ricchi anni nel nostro giardino nella foresta, a guardare le pesche che maturavano e a cullare nostro figlio, godendoci il chiaro di luna al bagliore delle candele», racconta Mohit.

Il ritorno nella monotonia della città

Questo sogno però dovette finire. Mohit e sua moglie tornarono a Delhi perché loro figlio doveva iniziare la scuola. Ma niente fu più come prima. La loro vita e la loro percezione del tempo erano cambiate radicalmente.

Così Mohit continua a raccontare: «Sapevo che non sarei più potuto tornare a lavorare a tempo pieno. Ero troppo consumato dall'amore per la vita e la famiglia per legarmi di nuovo all'orologio e alla routine quotidiana. Avevo bisogno della libertà di trascorrere la giornata sul divano a leggere un libro, o a prendere il sole nel parco. Avevo bisogno di avere del tempo per ascoltare un amico che voleva parlarmi. Avevo bisogno di essere a casa quando mio figlio tornava da scuola».

«La vita moderna non è strutturata per fare spazio a tutta questa eccentricità. Fu subito chiaro che per vivere avrei avuto bisogno di una scrivania, di un ufficio, di partecipare a lunghe riunioni, di lavorare fino a tardi. Continuai comunque a andare al parco, stendermi sul divano, abbracciando mio figlio al rientro da scuola e accompagnandolo alle feste di compleanno a bordo di una macchina scassata da anni di guida in montagna.

Quando arrivò lo stipendio, mi pagarono una frazione del compenso previsto per un lavoratore della mia età e formazione. Ne fui orgoglioso. Il progresso materiale ci dà la possibilità di convertire la nostra potenzialità di guadagno in maggiori consumi, o in più tempo da vivere. Io avevo fatto il mio, e ogni giorno per me era una gioia».

Si dichiara orgoglioso anche di non avere rimpianti verso suo figlio, Mohit, che confessa: «Credo che i nostri figli siano l'eredità che lasciamo e hanno bisogno di amore e tempo. Quando mio figlio compirà 16 anni, si affaccerà al mondo, portando con sé i suoi pregi e i miei difetti. Ma la disattenzione non sarà tra questi».

Per concludere la sua storia, Mohit ci parla di una sua recente esperienza in una scuola dove si è recato per partecipare a un briefing con degli studenti su un progetto a cui lui aveva partecipato. Qui ha parlato della sua storia e degli anni vissuti in montagna. A noi racconta questo scambio avuto con uno studente che gli ha presentato questo dubbio: «Anch'io potrei dire: ‘Voglio andarmene lassù. Ma chi me lo permette?’. ‘Ricordate questo’ ho risposto, ‘non serve l'autorizzazione di nessuno per essere se stessi’».

(Traduzione del dialogo da HuffingtonPost)

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